Disseccamento ulivi: meno chimica, pių agroecologia

Sei in » »

Presentato questa mattina, a Palazzo Adorno, il convegno dal titolo 'Ulivi, cura e non tortura' volto ad analizzare la malattia che ha colpito gli ulivi della fascia ionica mediante il fenomeno del disseccamento.


in foto un momento della conferenza stampa
in foto un momento della conferenza stampa

Lecce. Lo squilibrio di cui soffrono gli ulivi, provocato dai disseccamenti, va gestito in maniera agroecologica. Basta con i prodotti chimici quando, al loro posto, si potrebbero tranquillamente utilizzare dei fondi comunitari atti ad aiutare gli agricoltori mediante metodi che escludono pesticidi e agenti simili. E chi lo sa, magari risiede proprio nell’eccessivo impiego di diserbanti una delle cause celate dietro questo fenomeno. L'attenzione, invece, viene catturata da un batterio di per sé sconosciuto, ma che già possiede il nome di “Xylella Fastidiosa”. C’è chi sostiene che esista. Ma al contrario avanzano tesi contrastanti che, addirittura, lanciano grida d’allarme volte a diradare il panico creatosi intorno al “mal affaire Xylella” – così come definito dal Forum Ambiente e Salute. Bisogna partire, dunque, da un presupposto fondamentale. Se queste creature millenarie stanno iniziando solo ora a soffrire per colpa (forse) di un microbo non ancora identificato – sebbene  annoveri già la nomina di “Killer” – è bene ricercarne le ragioni nell’operato ambientale di questi ultimi periodi. In tal senso, risuonano come onde di un tamburo tribale le parole pronunciate dall’agroecologo Giuseppe Altieri durante la conferenza stampa tenutasi questa mattina a Palazzo Adorno. Un piccolo assaggio, quello odierno, del contro-convegno intitolato “Ulivi, cura e non tortura” previsto nel pomeriggio a Sannicola. Diviene prioritario, pertanto, il coinvolgimento interistituzionale (associazioni, università, enti locali e pubblici) al fine di risolvere definitivamente la questione anziché interpellare dottori americani. Fino a prova contraria gli ulivi vivono qui da oltre duemila anni e non certo negli States. 

«La coltivazione biologica viene sovvenzionata in maniera prioritaria attraverso i piani di sviluppo rurale – sostiene il prof. Altieri – fornendo tutte le condizioni per poter finanziare gli agricoltori. Probabilmente, queste tecniche non sono state recepite dalle convenzioni regionali. Il problema è che non si riescono a sfruttare i finanziamenti europei a dovere. L’Italia ha perso 25/26 miliardi sborsando nemmeno il 59% di quanto gli spettava. E se i soldi non vanno spesi li prendono altri paesi. Non tutti sanno che le norme comunitarie intendono ridurre i pesticidi per favorire l’agricoltura integrata, consistente in tutte le tecniche sostitutive a quelle chimiche registrate in commercio. All’inizio si partì con entusiasmo. Cosa hanno sbagliato i funzionari regionali e consulenti universitari? Non hanno chiamato gli agroecologi. Hanno frainteso gli osservatori fitopatologici invece di interpellare esperti. Pensandoci bene, non sono presenti sul territorio Corsi di Laurea volti a percepire le direttive comunitarie».

Un peccato. L’opportunità dovuta all’ottimale utilizzo delle risorse europee favorirebbe soprattutto le realtà produttive salentine. Secondo stime numeriche fornite durante la conferenza, si parla addirittura di fatturati superiori del 30% rispetto a quelli attuali. Mancati redditi di cui, tramite l’agricoltura biologica, ne avrebbe beneficiato tutto il comparto territoriale. Dati spaventosi, invece, emergono dal collegamento studiato tra l’elevato uso di insetticidi e malattie tumorali. Basterebbe distribuire equamente i cinque miliardi europei tra gli addetti ai lavori per evitare spese pazzesche: 100 miliardi di cure oncologiche. «I Pesticidi nuocono gravemente alla salute, pertanto conviene passare a tecniche sostitutive. Raddoppiamo i fatturati con l’agricoltura biologica. Con quei soldi ci compri i prodotti e miglioriamo la condizioni fisico-sanitarie. Le malattie epigenetiche derivano dalle sostanze chimiche, per non parlare poi dell’inquinamento ambientale, con cellule cancerogene scientificamente conclamate. Le prime vittime risultano gli agricoltori, per colpa di un sistema che non li ha informati».

«Mettiamo che la Xylella Fastidiosa, in verità, sia soltanto una bufala. Una pura ipotesi, niente di che. Dove andrebbero collocate le cause di questi improvvisi disseccamenti? Il prof. Altieri ipotizza che tutto dipenda dall’origine: l’Humus. Gli insetticidi lo distruggono, ne implicano la perdita della caratteristica principale, ovvero fungere da spugna che raccoglie dieci volte il suo peso d’acqua. Andato perso il procedimento descritto, si ottiene come risultato la violazione delle leggi sostenibili.
«Nelle nostre università sfornano rappresentati commerciali e non dottori agronomi – dichiara Ivano Gioffreda di “Spazi Popolari” – invece dovremmo coinvolgere le istituzioni accademiche in altro modo, in un’ottica di agroecologia. Tornando alla Xylella, gli allarmismi venuti dalla Regione sembrano contraddittori. Stiamo dando un’immagine distruttiva. L’Università di Firenze ci dice che per verificare cosa stia accadendo servono mesi, mica dieci giorni. La Facoltà di Biologia dell’ateneo leccese più volte ha voluto partecipare alle ricercheottenendo come risposta un semplice “Ni”. Chiediamo, invece, il suo inserimento nel gruppo di ricerca, ma anche l’estensione a tutte le università competenti. Non c’è bisogno di chiamare gli americani, in America non ci stanno gli ulivi. Gli ulivi stanno qua».

Autore:
0 commenti
Hai gradito l'articolo? Commentalo! |