Crack “Calzaturificio Vereto”: Gabriele Abaterusso condannato “parzialmente” per bancarotta

La Corte ha assolto l'imputato per la "distrazione" di alcuni beni, confermando per il resto, la precedente sentenza. I fatti risalgono al novembre del 2005.



Si conclude con la conferma della condanna e l’assoluzione per un capo d’imputazione, il processo d’appello nei confronti di Gabriele Abaterusso, per il crack finanziario del “Calzaturificio Vereto”.

La Corte, dopo l’annullamento con rinvio del primo processo di Appello disposto dalla Cassazione, ha riformato la sentenza. Il 36enne sindaco di Patù è stato condannato in concorso con Redouanne Marsali, 51 anni, di origini marocchine, per il reato di bancarotta, in relazione ad un ramo di azienda ceduto nel novembre del 2005, per un valore di 28mila euro, ad una società amministrata dal padre Ernesto.

I giudici hanno assolto “per non aver commesso il fatto” l’imputato, riguardo la “distrazione” di alcuni beni, quali: un’Audi A4, una slitta automontata ed una smerigliatrice.

Gabriele Abaterusso è assitito dagli avvocati Giancarlo Zompì e Michele Laforgia.
In primo grado, l’imputato era stato condannato alla pena di due anni.

L’accusa

Il 36enne, all’epoca dei fatti, era l’amministratore unico della “Vereto”, nonché proprietario dell’85% delle quote insieme a Redouanne Marsali. Quest’ultimo avrebbe permesso al giovane imprenditore del Sud Salento, di “distrarre i beni” del Calzaturificio Vereto”. Secondo l’accusa rappresentata dal pubblico ministero Emilio Arnesano, avrebbe così evitato di finire “in pasto” ai creditori, una volta arrivata la sentenza di fallimento del Tribunale.

Ultima modifica: 14 giugno 2018 16:10

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