Ebola, è la paura che ‘contagia’. Ma il Salento si prepara

Con l'arrivo dell'inverno l'influenza può essere in agguato. Dato che i sintomi sono molto simili a quelli del virus Ebola, la Asl di Lecce si prepara a fronteggiare la psicosi collettiva



Che cos’è? Da dove arriva il virus? C'è una cura per fermare l'epidemia? Quali sono i sintomi con cui si manifesta e in che modo si può essere contagiati? Queste sono solo alcune delle domande a cui si cerca disperatamente una risposta da quando non si parla d’altro, in casa come in strada, in tv come al bar. L’ebola, che sta seminando paura e terrore in tutto il mondo, è una “vecchia conoscenza” di chi si occupa di malattie emergenti e riemergenti. Quando fece la sua prima comparsa nella Repubblica democratica del Congo e in Sudan, era il 1976. Già allora fu spietato, letale per oltre 300 persone. Oggi è diffuso soprattutto in Africa occidentale, dove i decessi si moltiplicano giorno dopo giorno, dove fa più paura che altrove. Negli Stati Uniti ed in Europa era rimasto solo un nemico lontano. Lontano fino a quando non si sono registrati i primi casi di contagio: prima in Texas, poi in Germania e in Spagna. Ed improvvisamente si sono accesi i riflettori: l'Organizzazione mondiale della sanità è certa: l'epidemia di ebola è «la più grave e la più acuta emergenza sanitaria dei tempi moderni». «Non è l'Aids, è molto peggio» così è stato detto per rendere l’idea. Ed ecco che le precauzioni sono diventate una priorità. Ma come comportarsi? Chiudere le frontiere, annullare i voli proveniente dal continente nero, fermare la gente non basta. Come se non bastasse, la psicosi collettiva si sta diffondendo più velocemente dell’infezione stessa.
 
Anche in Italia, si registrano in media una decina di segnalazioni di casi sospetti, tutti fortunatamente negativi. A Roma, a Milano così come nel Salento. Si teme di aver contratto il virus ed invece è ‘solo’ influenza: i sintomi, in fondo, sono più o meno simili febbre, dolori muscolari, vomito.  
 
Nei giorni scorsi – come racconta l’associazione di volontariato Salute Salento –  un paziente che accusava una febbre da circa 20 giorni si è presentato al Pronto soccorso dell’Ospedale “Vito Fazzi” di Lecce temendo di essere stato contagiato dopo un contatto, così ha riferito, che aveva avuto con un  extracomunitario, in coda alla cassa di un supermercato. «Gli stessi operatori sanitari – si legge nella nota – hanno subito indossato le mascherine (inefficaci in questo caso) e adottato le prime cautele. Purtroppo l’ignoranza e la paura non hanno consentito di capire che l’incubazione dell’Ebola dura dai 2 ai 10 giorni, mentre il paziente aveva la febbre da più di 3 settimane».
 
L’episodio, come fa notare Salute Salento,  è solo lo spunto per evitare inutili allarmismi. Nella prima decade di novembre,  infatti, l’influenza porterà molti pazienti al triage del Pronto soccorso e, c’è da giurare, molti saranno preoccupati perché reduci da un viaggio in Africa o per aver avuto contatti con qualche questuante di colore. Anche perché, dicevamo, i sintomi, almeno all’esordio, sono simili e non è facile controllare la paura.
 
Il primario del Pronto soccorso del “Vito Fazzi”, Silvano Fracella non si fa cogliere impreparato e sta pensando, in assenza di direttive, di cominciare a «selezionare» i pazienti sospetti, quelli sui quali è opportuno attivare un percorso. «I parametri da considerare dovrebbero essere: la provenienza del paziente dalle zone a rischio oppure i contatti avuti nei giorni precedenti con soggetti a rischio.
In questo caso si potrebbe attivare un percorso studiato per non incrociare i tanti pazienti in attesa  ai codici verdi. I pazienti sospetti verrebbero trattati nell’attuale sala pediatrica annessa al Pronto soccorso, che dispone di un ingresso esterno dove arriverebbe anche l’ambulanza del 118. E da qui al reparto Infettivi».
 
Sabato scorso c’è stato un primo incontro con la direzione del “Vito Fazzi” e questa mattina, in una riunione dei vertici Asl, si dovrebbe parlare anche di Ebola.
 
Si dovrebbe partire con l’informazione e l’addestramento del personale al corretto uso dei dispositivi di protezione individuale (Dpi) come i caschi, le tute e i doppi guanti. È prevista anche una «spolverata» delle nozioni geografiche sui paesi africani. «Ci stiamo organizzando – ha tranquillizzato il dottore Fracella – Ma la nostra paura sono proprio i giornalisti, che possono veicolare notizie e situazioni allarmistiche e ingenerare solo confusione e caos nel nostro lavoro».
 
 
Fonte della notizia: Salute Salento

Ultima modifica: 23 agosto 2017 21:03

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