​La collina delle ninfe e dei fanciulli, un libro di fiabe a Giuggianello

Forse nessun altro posto nel Salento nasconde tante leggende e racconti come la collina delle ninfe e dei fanciulli di Giuggianello. Sembra di leggere le fiabe dei fratelli Grimm.

Il Salento ha tante ricchezze. Tra queste ci sono, senza dubbio, le pietre. Non pietre qualsiasi, ma quelle che a distanza di milioni di anni sono ancora in grado di raccontarci di magia, di religiosità, di tutto ciò che ha scritto, e scrive, la storia dell’uomo. Basta guardarsi intorno per osservare chiese e monumenti, muretti a secco, pietre megalitiche, dolmen e menhir, antichi testimoni dello scorrere del tempo. Ammirate… o più spesso inosservate, sono il simbolo dell’esistenza di uomini che hanno voluto lasciare ai posteri un segno perenne della loro esistenza. Pietre sacre che raccontano storie che la cultura popolare ha voluto fare proprie e che hanno ancora il potere di incantare ed emozionare. Pietre, tramandate di generazione in generazione come una dote da regalare, un segreto da custodire. A Giuggianello c’è un altro tipo di pietre…

La Collina delle Ninfe e dei Fanciulli

Tra ulivi secolari e la macchia mediterranea c’è la collina delle ninfe e dei fanciulli, un luogo incantato che di fiabe ne ha ispirate tante, sorte tutte in un lembo di terra di pochi kilometri tra Giuggianello-Minervino e Palmariggi. Considerata non solo in Italia, ma anche al di fuori dei confini della nostra penisola, di pari importanza alla più famosa “Stonehenge” grazie ai suoi dolmen, menhir e rocce sacre, quella zona è un luogo di leggende e di suggestioni che hanno come protagonisti orchi, ninfe, ma anche eroi come Ercole, fantasmi e diavoli, vecchie fattucchiere, folletti (“scazzamurieddhi”), santi come San Giovanni Battista e San Basilio (“Santu Vasili”), miracoli di guarigioni ed apparizioni, narrate anche da autori greci e latini antichi, come il grande filosofo greco Aristotele, il grande poeta latino dell’amore Ovidio.

Ricca di fascino ad esempio è la leggenda secondo cui il sito era la dimora di una vecchia strega “la striara” che, al tramonto del sole, lanciava le sue “macarie” contro coloro che osavano profanare quel luogo. Leggenda vuole che chi si imbatteva per caso in quel luogo magico e osava gettare uno sguardo verso le striare veniva obbligato dalle stesse a saltare fino allo stremo. “Zzumpa pisara per tutta la notte…” canta una vecchia nenia. E se questo fosse proprio il “Luogo delle Ninfe e dei Fanciulli” di cui ci parla Nicandro di Colofone nel II sec. a.C.? Si favoleggia che nel paese dei Messapi, presso le Rocce Sacre, fossero apparse un giorno delle Ninfe Epimelidi, care a Dioniso, intrecciando danze dalle dolci e sensuali movenze.

I figli dei Messapi, che in quei luoghi pascolavano i loro greggi, ignari di trovarsi di fronte a creature divine, lanciarono loro una sfida di danza, ritenendosi con presunzione superiori. Il confronto per aggiudicarsi la palma della vittoria ebbe subito luogo, ma ben presto i pastori si resero conto di avere in tasca l’onta della sconfitta che nessuna forma di pentimento avrebbe potuto cambiare. Condannati a diventare alberi, qualcuno giura di aver visto i loro volti ancora lì, impressi nei tronchi.

“Che fine faranno i suoi silenzi fiabeschi” si sono chiesti in tanti quando quel luogo sembrava destinato a ospitare ben altre favole moderne, quelle raccontate dalle torri di un impianto eolico che proprio in quella zona avrebbe dovuto sorgere.

Non è stato così, la collina delle ninfe e dei fanciulli continua a sussurrare misteri. Ogni storia comincia con “c’era una volta”. Quella del “Fuso Della Vecchia” e del suo “letto”, che protegge l’“acchiatura“ e la gallina dalle uova d’oro. Quella del piede di Ercole. E allora non resta che tendere l’orecchio e ascoltare.



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