Allo scoccare della mezzanotte, tra brindisi, sorrisi, baci volanti e bicchieri che tintinnano più delle notifiche sul telefono, c’è un rito sacro e immancabile a cui nessuno osa sottrarsi. Come le lenticchie e i buoni propositi destinati a svanire entro il 7 gennaio c’è la tradizione di controllare l’oroscopo per vedere quale sarà il segno più fortunato per il nuovo anno appena cominciato perché il primo gennaio siamo tutti un po’ astrologi improvvisati.
Il momento in cui anche gli scettici implorano le stelle
Non importa se per il resto dei mesi ci dichiariamo scettici, razionali, quasi “scientifici”. A Capodanno, con il bicchiere mezzo pieno e la dignità mezza persa, diventiamo tutti improvvisamente amici delle stelle. Anche quelli che “io non ci credo, però vediamo cosa dice”. Così, per curiosità. Così, per sicurezza. Così, nel caso l’universo abbia deciso di favorirti senza avvisarti.
Il telefono passa di mano in mano come una reliquia sacra perché controllare l’oroscopo a Capodanno è un rito quasi religioso. Si scorrono le previsioni previsioni, scritte con l’aria di chi ha parlato direttamente con Saturno. C’è chi legge a voce alta, chi sospira, chi annuisce come se fosse tutto già previsto. Ed è lì che si consuma il vero miracolo: se è il tuo segno quello fortunato, l’oroscopo è improvvisamente affidabile, serio, quasi scientifico. Le stelle, in fondo, non possono sbagliare. Se non lo è… beh, “dipende dall’ascendente”, o dalla fortuna perché, si sa, i pianeti non premiano i disperati, ma chi stava già vincendo. E così, tra una risata e una previsione ignorata selettivamente, l’oroscopo viene chiuso. Non perché non ci crediamo più, ma perché abbiamo ottenuto ciò che volevamo davvero: un pretesto per sperare. Perché l’oroscopo di Capodanno non è una previsione. È una carezza maldestra. Un “forse andrà meglio” scritto in caratteri zodiacali.
Perché a Capodanno l’oroscopo non serve a prevedere il futuro. Serve a brindare all’idea che, in fondo, da qualche parte lassù… qualcuno stia facendo il tifo per noi.