Dopo il pellegrinaggio a Medjugorje aveva deciso di trascorrere qualche giorno di vacanza in quella che un tempo, prima della guerra degli anni ‘90, si chiamava Jugoslavia. Ed aveva scelto un posto bellissimo, Mostar, nell’attuale Bosnia Erzegovina, uno dei luoghi che sulla propria pelle aveva subito la violenza del conflitto bellico, che si era trasformato non soltanto in contesa geo-politica, ma che lì aveva avuto tutti i crismi della guerra etnica. Le immagini dei campi di concentramento in cui entrarono le telecamere sono ancora davanti agli occhi di tutti.
Il racconto di un trepuzzino di 43 anni, parte proprio da qui, dalle bellezze di Mostar, una città meravigliosa sulle rive del fiume Neretva. Il Ponte Vecchio (Stari Most) è un incanto, la cui vista lascia con il fiato sospeso.
Mostar è una città dove la forte influenza islamica è presente ovunque, non solo nei tanti luoghi di culto musulmani. Ma proprio il tragico passato vissuto sulla pelle dei suoi cittadini faceva sperare in un ecumenismo più forte e più vero, rispetto a quello raccontato dall’uomo di Trepuzzi in vacanza sulla Neretva.
‘Non ci crederete: sono entrato in un ristorante e il gestore vedendo la mia camicia sbottonata dalla quale ciondolava un crocifisso d’oro appeso al collo, mi ha subito detto, in un italiano comprensibilissimo, che se avessi voluto sedere nella sua struttura, dovevo togliere quel segno della cristianità.’
Alla richiesta dell’uomo il clima si è fatto un po’ pesante, l’imbarazzo era palpabile: ‘Ero in presenza di una bambina di 6 anni e non volevo traumatizzarla con un litigio. Ho fatto quello che mi è stato chiesto ma mi sono ripromesso che non tornerò più in quei luoghi; quando si dice che noi cristiani siamo molto più tolleranti delle altre religioni non si dice certamente una falsità. Non avrei mai immaginato una richiesta simile’.