Attentato di Brindisi, 10 anni dopo nessuno ha dimenticato la strage e il volto di Melissa Bassi

Alle 7.42 un ordigno esplosivo composto da tre bombole riempite con polvere pirica venne fatto esplodere davanti alla scuola Morvillo-Falcone di Brindisi proprio mentre gli studenti stavano varcando il cancello d’ingresso. Era il 19 maggio 2012

Dolore e rabbia. Incredulità e sdegno. Paura e voglia di reagire. Si era svegliata così, Brindisi e l’Italia intera all’indomani dell’attentato alla scuola «Morvillo-Falcone» in cui perse la vita la studentessa Melissa Bassi. Era  il 19 maggio del 2012, ma sembra ancora ieri.

Il ricordo dell’esplosione, il boato che ha rotto la tranquillità di un normale giorno di scuola quando mancavano pochi minuti alle 8.00, le immagini terrificanti delle ragazze ferite, le sirene delle ambulanze, la disperazione di chi, impotente, ha assistito alla terribile scena. Il silenzio ed il rumore, le lacrime e il dolore. Flash immortalati nella mente e nel cuore di tutti e che oggi, riaffiorano, vivi, in occasione dell’anniversario della tragedia . Perché dieci anni dopo nessuno ha dimenticato. Nessuno vuole dimenticare.

Le indagini

Terrorismo, strage mafiosa o solo il gesto di un folle? Nessuna pista era stata esclusa. Niente era stato lasciato al caso per cercare di trovare una spiegazione a quell’orrore che aveva colpito la scuola brindisina intitolata a Giovanni Falcone Francesca Morvillo. L’attentato davanti all’istituto professionale però non rispondeva ai canoni solitamente usati della Sacra Corona Unita che utilizza il tritolo e non le bombole di gas collegate a un timer o a un telecomando. E poi perché coinvolgere i bambini? Ragazzi innocenti? Perché prendere di mira una scuola se non era mai successo?

A frenare  sulla pista mafiosa fu anche il procuratore Cataldo Motta: «Potrebbe non essere mafia – aveva spiegato – in un momento in cui le organizzazioni mafiose locali sono alla ricerca di un consenso sociale sarebbe un atto in controtendenza perché questo gesto sicuramente aliena ogni simpatia nei confronti di chi lo ha commesso».

Sebbene nessuna ipotesi sia stata tralasciata, un sospetto ha indicato la strada: quello che è agire fosse stato  un attentatore solitario, forse per vendetta.

Nonostante le drammatiche coincidenze, tutte le ipotesi si sbriciolarono in una notte di giugno quando si scoprì che dietro quel massacro c’era la mano di un anziano animato dal rancore. Quella mano che il 19 maggio aveva sconvolto le coscienze di tutti, che ha stroncato in un attimo il futuro e le speranze di una studentessa che, senza saperlo, alle 7.42 si stava avvicinando alla morte, quel volto immortalato dalla telecamere mentre preme il telecomando che fa esplodere la bomba, aveva finalmente un nome ed un cognome.

Giovanni Vantaggiato dopo circa nove ore di interrogatorio nella questura di Lecce, confessò. Sua dunque la bomba, che ha pensato e costruito da solo. Eppure non  esiste risposta, in ogni caso, che possa giustificare una strage né confessione che possa restituire la vita a Melissa, né rimarginare le ferite delle sue compagne.

Un gesto di cui, a distanza di anni, si fa ancora fatica a comprendere il senso. Fortuna che nessuno può toglierci il ricordo. Quello no. E oggi saranno in tanti a ricordare.