Mauro Romano, 43 anni di dolore e una pista per trovare la verità

La famiglia di Mauro Romano, il bambino di sei anni scomparso nel nulla in un caldo pomeriggio di giugno, chiede di conoscere soltanto la verità.

Quando Mauro Romano è scomparso, la sera del 21 giugno 1977, non c’erano i social, né quei seguitissimi programmi televisivi che accendono i riflettori sui casi di cronaca nera, raccontando dettagli e particolari dell’indagine irrisolta. Sono passati più di 40 anni, ma la storia di quel bambino di Racale, con il suo carico di mistero e tragicità, è rimasta impressa nel cuore dei salentini che hanno sperato in un finale diverso per quel giallo mai dimenticato. I genitori di Mauro, Natale Romano e Bianca Colaianni, non si sono mai arresi, non hanno mai smesso di cercare la verità per capire cosa sia successo quel giorno di inizio estate.

La scomparsa

Nel 1977, Mauro aveva sei anni. Il pomeriggio in cui è svanito nel nulla stava giocando a nascondino con il fratello Antonio, di qualche anno più grande, e altri amichetti della stessa età. I genitori del piccolo erano partiti, la sera prima, per Poggiomarino, un piccolo comune in provincia di Napoli, per assistere ai funerali del papà di Natale e avevano lasciato i bambini con i nonni materni. Qualche minuto prima delle 17.45 il buio. Cosa è successo a Mauro Romano nessuno lo ha saputo raccontare. Qualcuno, all’epoca, aveva raccontato di aver visto il bambino salire su un’automobile bianca. Le prime ricerche portarono fino ad un trullo abbandonato, in località “Castelforte”, dove fu trovato un batuffolo di ovatta. Si pensò che fosse stato usato come tampone narcotizzante, ma le analisi portarono ad un vicolo cieco.

Nei giorni dopo la scomparsa, nulla è stato lasciato al caso, nessuna pista è rimasta imbattuta. Nemmeno quella del sequestro dato che la famiglia aveva ricevuto diverse chiamate e richieste di riscatto. Dall’altra parte del telefono una voce pretendeva 30 milioni delle vecchie lire per riavere Mauro. In caso contrario, sarebbero stati recapitati a casa “pezzi” del piccolo. Una somma da ‘capogiro’ per l’epoca e impossibile da racimolare per una famiglia semplice, modesta, tutta casa-lavoro.

Seguendo questa strada, finì in manette un uomo di Taviano. Fu sorpreso dai carabinieri in una vecchia cabina, subito dopo aver chiuso l’ultima drammatica telefonata con la famiglia del bambino: “Se non vi affrettate a portarmi i soldi, ve lo faremo trovare in un pozzo”, aveva detto.

Agli inquirenti, nell’interrogatorio, raccontò che il piccolo Mauro era vivo, che si trovava con una donna bionda. Condusse perfino i carabinieri in alcuni casolari dove disse di aver nascosto il bambino. Poi ritrattò, sostenendo di essersi inventato tutto. Parole, soltanto parole che nessun ‘fatto’ all’epoca confermò. Così fu condannato “solo” per tentata estorsione.

Passato e presente all’ombra della pedofilia

Era uno sciacallo che non c’entrava nulla o la scomparsa di Mauro Romano potrebbe essere una delle terribili pagine di un capitolo molto più ampio e denso di orrori? Su questo punto si concentrano oggi le indagini. L’uomo – che per sette volte aveva chiamato i coniugi dopo la scomparsa del bambino – è finito nei guai per pedofilia. È accusato di una serie di indicibili violenze sessuali su 17 ragazzini, tra gli 11 e i 14 anni.

L’amico d’infanzia diventato boss della Sacra Corona Unita

Come in un film o in un romanzo giallo, la storia di Mauro Romano si è intrecciata con quella di Vito Paolo Troisi, boss della Sacra Corona Unita. C’era anche lui quell’afoso pomeriggio in vico Immacolata, a pochi passi dal centro storico? Era uno di quegli amici che stavano giocando con il bambino? Di certo conosceva bene il ragazzino. Condannato all’ergastolo per l’omicidio di Luciano Stefanelli e recluso nel Carcere milanese di Opera, Troisi – che aveva sempre dichiarato di non ricordare nulla di quel maledetto giorno di giugno – di punto in bianco ha inviato un telegramma al Gip per chiedere di essere ascoltato. Aveva nuove rivelazioni da fare, ma anche seguendo questa pista gli investigatori non hanno trovato nessuna prova per risolvere il giallo.

Come nel nulla sono finite le indagini sulla comunità religiosa dei Testimoni di Geova, quando sotto i riflettori è finito, il padre di un altro bambino, un amico di famiglia ex testimone di Geova che i genitori di Mauro avevano accusato del rapimento.

I misteri

Come se non bastasse l’omertà a rendere ancor più dolorosa una ferita rimasta aperta per più di 40 anni, a rendere più ‘insopportabile’ la sofferenza sono i misteri, mai chiariti. Qualche anno fa, ad esempio, i genitori di Mauro hanno subito un furto, ma dalla Cassaforte è sparita anche la copia del fascicolo d’inchiesta e una lunga lettera che la mamma aveva scritto al figlio scomparso. Chi ha trovato il quaderno ha strappato i fogli, dove c’erano scritti i nomi dei presunti responsabili e lo ha rimesso a posto. Perché?

Le ricerche in un pozzo

C’è anche dell’altro. A dicembre, le forze dell’ordine e i Vigili del Fuoco hanno setacciato un pozzo, ‘ufficialmente’ per cercare armi nascoste. Il punto è che il terreno, in località Fichelle, sarebbe lo stesso su cui sorge il casolare usato dal presunto pedofilo come punto di incontro dei ragazzini adescati.

Certo è che la famiglia ha mai smesso di cercare la verità. «Vorrei solo sapere prima di morire che fine ha fatto mio figlio, ho il diritto di saperlo» ha dichiarato mamma Bianca in un’intervista. Come può un bambino di 6 anni allontanarsi volontariamente dalla propria abitazione senza mai più farne ritorno? E allora, si è trattato di omicidio anche se finora nessuna prova ha confermato la morte violenta? Si è trattato di un tragico incidente? Mauro può essere caduto in uno dei tanti pozzi di cui è disseminata la campagna del Salento? Perché tanto silenzio?