In mostra a Lecce “L’estetica della guerra” di Piero Paladini. Dal 14 aprile, Fondazione Palmieri

Sarà inaugurata sabato 14 aprile alle 18.30 la personale di Piero Paladini “L’estetica della guerra”. La mostra, organizzata dall’Associazione culturale Festinamente presso la Fondazione Palmieri a Lecce, resterà aperta fino al 28 aprile

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Piero Paladini ritorna Lecce con la sua mostra personale “L’estetica della guerra”. Cura e testo critico di Maria Altomare Agostinacchio. Organizzazione Associazione culturale Festinamente.

“L’arte è il contrario della disintegrazione. L’arte è il riconoscimento di un pensiero collettivo. Arte è la memoria ma anche rivoluzione inconsapevole. Piero Paladini ritorna a riflettere sull’arte: questa volta parte dalla negazione, dal vuoto che segue la distruzione, dalla riflessione sulla necessità intellettuale ed emotiva dell’opera d’arte. Dalla storia contemporanea, Paladini estrae un racconto per immagini”. M.A.

E’ la storia dello scultore Shamir, un artista itinerante saggio e lirico, le cui opere immortali sono descritte e narrate dal figlio. Un percorso leggero e soffuso in cui la natura si relaziona all’uomo e in cui l’opera d’arte materializza l’anima dell’artista per divenire memoria collettiva. E Drama è il luogo del sogno. Lì dove si realizza l’opera di Shamir, lì dove la natura aveva preso la forma dell’arte. La bellezza è un frutto che acquieta “L’arte è la bellezza scaturita dall’uomo che si è fatto strumento per l’umanità a cui la dona”. Ma l’incanto è distrutto da un odio iconoclasta: anni dopo, in una notte, la fine a colpi di martello del nome di Shamir e della sua creazione.

Il rifiuto della storia, la obnubilazione dell’identità sono i temi su cui riflette Paladini. Ma non c’è solo il tempo della morte e del silenzio, l’arte non può soccombere nel silenzio delle macerie. Così Piero Paladini si rinnova nel figlio di Shamir, che ritrova gli attrezzi dello scultore e si avvia a riallacciare quel filo rosso spezzato, consapevole che solo nell’arte si ammansisce “L’anima persa, infondendole una speranza ed una visione altra condivisibile”.  La sua fonte iconica attinge ad un repertorio figurativo popolato di esseri astorici, derivati da un medioevo fantastico. Giaguari ferini, leoni orgogliosi, cavalli impetuosi, donne dee, uomini e cavalieri in armature scintillanti, in cui indugia a tratti il gusto misurato per la decorazione. I suoi piani cartesiani si popolano di figure mitiche e cristallizzate nello spazio dell’idea; acquistano forme spezzate senza drammi espliciti, forse per questo più intensi e penetranti. Il colore non abbandona la tela, piuttosto, talvolta eroso, rileva le figure in una plasticità volumetrica che conferisce movimento e dinamismo, pur imbrigliati nella visione cartesiana.

Così conclude Maria Agostinacchio “L’equazione di Paladini non è immediata e mantiene l’impronta del labor limae, un agire lento per sottrazione fino all’essenziale, scarnificazione asciutta degli accordi cromatici che si ripetono come nella riproduzione matematica della fuga. Il canone è dunque un’esperienza, un punto di arrivo, l’invenzione dell’equilibrio”.

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