Nove anni senza “l’angelo maledetto”, la tragica fine di Amy Winehouse

Erano le 15:53 del 23 Luglio 2011 quando la cantautrice britannica Amy Winehouse fu trovata senza vita nel suo appartamento londinese, al civico numero 30 di Camden Square.

La morte di una persona appena 27enne, in un freddo pomeriggio di luglio, in completa solitudine, lascia un po’ tutti disorientati. Anche se la persona in questione è Amy Winehouse, genio e sregolatezza, bravura ed eccessi. Anima fragile e artista difficile da dimenticare.

Era il 23 luglio 2011, esattamente nove anni fa, quando quella ‘ragazzina’ bianca dalla voce nera venne ritrovata riversa nel letto nella sua abitazione al civico numero 30  di Camden Square, priva di vita. «Overdose» di farmaci e alcool dicono, un cocktail mortale. «Suicidio» azzardano altri,  forse per cercare un motivo. In entrambi i casi, era una fine “annunciata” soprattutto dopo che la Winehouse si era presentata il 18 giugno a Belgrado, nel primo concerto della sua tournée poi cancellata, ubriaca davanti a 200 mila persone che avevano pagato 40 euro per vederla. L’ultimo dei suoi eccessi. Lontane le emozioni della notte di fine giugno 2008 quando sedusse il pubblico di Hyde Park cantando per il compleanno di Nelson Mandela con Annie Lennox, i Simple Minds e Zucchero. Senza contare che la notte in cui è volata via era così ubriaca da avere inviato un tweet delirante. Era stata avvertita dei rischi che correva con l’alcol. Purtroppo non è stata capace di fermarsi da sola. E non c’era nessuno con lei quella sera in grado di aiutarla.

Se n’è andata ascoltando una delle più grandi voci femminili della storia della musica: la sua. Secondo la Guardia del corpo, passò l’ultima notte della sua vita davanti al computer, come ipnotizzata dai video musicali delle sue canzoni su YouTube.

Morta a 27 anni, (ne avrebbe compiuti 28, il 14 settembre), come Jimi Hendrix, come Janis Joplin, Jim Morrison e Kurt Cobain. Una casualità. Ma il tragico destino della cantante lanciata dal singolo “Rehab” fa immediatamente pensare alla maledizione dei «27 years club» che accomuna giovani, incapaci o semplicemente non intenzionati a gestire la vita da star, chiusi nel loro mondo interiore ma unici come le loro canzoni rimaste alla storia.

Capelli corvini, look oltraggioso, tatuaggi irreverenti da pin-up, voce inconfondibile, talento naturale ma… forse ‘sprecato’. Non esiste un perché, una morte non si spiega puntando il dito contro il “successo” né si può capire come sia possibile buttare al vento le possibilità di una bella vita fatta fama e denaro. «È meglio bruciare che svanire», aveva scritto Kurt Cobain (citando Neil Young) prima di ammazzarsi. Una storia drammatica inevitabilmente si ripete e adesso anche Amy, stella divina cancellata dall’incapacità di essere all’altezza di sé stessa, farà il suo inevitabile ingresso nella leggenda.

Oggi, a distanza di nove lunghi anni resta il vuoto lasciato da un’artista che forse ha pagato con un prezzo troppo alto la fama e l’amore. E sono tanti che proprio in questo triste anniversario della sua scomparsa hanno voluto renderle omaggio,