Quando si pensa a Lecce, l’immaginazione evoca subito le chiese barocche, le piazze baciate dal sole e le strade che profumano di caffè con il latte di mandorla, ma pochi sanno che c’è anche una città nascosta, silenziosa e invisibile. Un altro volto, non meno affascinante dei balconi di pietra finemente scolpiti come merletti dorati dal sole del Salento. Sotto la Villa Comunale si nasconde un segreto che può raccontare di un capitolo della storia che sembra lontano: un rifugio antiaereo della Seconda Guerra Mondiale. Un angolo sotterraneo fatto di pietra e memoria che pochi turisti conoscono, dove la roccia racconta di sirene d’allarme, paure sussurrate e speranze aggrappate al buio.
Passeggiando nel giardino dedicato a Giuseppe Garibaldi che, negli anni ottanta ospitava uno zoo, può capitare di notare un cancello metallico chiuso, discreto e spesso ignorato dai turisti. Scendendo – serve il permesso del Comune – si entra nel passato, in un mondo rimasto sospeso nel tempo. Dopo la prima rampa, ce n’è un’altra, fino a una profondità di circa sei metri. Lì sotto, il rumore del traffico di via Imperatore Adriano diventa un’eco lontana, sostituita dal silenzio umido della pietra viva. Una volta in profondità si snodano lunghi corridoi scavati nella pietra, alti quasi due metri, con file di sedute numerate, tutte in pietra e ancora intatte, come se attendessero il ritorno dei cittadini spaventati dal suono delle sirene.
Architettura della sopravvivenza: non solo un riparo
Il rifugio antiaereo della Villa Comunale di Lecce non era un semplice buco scavato nella terra, dove trovare riparo in attesa che il peggio fosse passato, ma una macchina logistica perfetta, progettata per la resistenza e l’accoglienza. C’erano cucine, un piccolo pronto soccorso, stanze per ufficiali e soldati, e perfino un passaggio che collegava questo luogo direttamente a Palazzo dei Celestini. Un corridoio d’élite che permetteva alle autorità di passare dalle stanze del potere alla sicurezza del sottosuolo in pochi minuti.
I muri hanno una voce, raccontano di educazione e disciplina. Ciò che rende questo luogo incredibilmente umano, infatti, sono le tracce lasciate da chi lo ha vissuto. Si leggono ancora le frecce nere che indicano la strada per le latrine o per l’uscita e qualche frase scolpita che invita alla buona educazione: “La pulizia del ricovero è affidata all’educazione del pubblico”.
Nel corso della città, erano otto i rifugi antiaerei: quello della Villa Comunale era il più grande, capace di ospitare quasi 2.000 persone. Gli altri, posizionati in altri punti strategici della città, sono ormai sepolti o murati rendendo quello della Villa l’unico vero testimone accessibile (previa autorizzazione comunale o durante aperture straordinarie) di quella Lecce sotterranea e quasi dimenticata. È la prova che la bellezza di Lecce non è solo quella che si vede sotto il sole, ma risiede anche nella sua capacità di aver protetto la vita dei suoi abitanti in un periodo buio.
Il rifugio antiaereo è un luogo che non si vede a prima vista, ma che resta impresso nel cuore di chi scende nella sua ombra. È un viaggio sotto la città che racconta una storia di paura, speranza e resilienza.