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La storia di Franco Imposimato, ucciso per “zittire” il fratello giudice

L'11 ottobre 1983, Franco Imposimato, sindacalista e lavoratore della Face Standard, fu assassinato dalla criminalità organizzata perché fratello del giudice Ferdinando Imposimato, impegnato in indagini scomode.

by Redazione
11 Ottobre 2026 12:05
in Cronaca
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Ci sono uomini che entrano nella storia senza averlo cercato. Uomini ai quali viene sottratta persino la possibilità di essere ricordati semplicemente per ciò che erano. Franco Imposimato era uno di loro.

Non era un magistrato, non sedeva nelle aule dei grandi processi, non pronunciava sentenze contro i potenti. Era un lavoratore, un sindacalista, un uomo legato alla propria terra, alla famiglia. Viveva a Maddaloni, in provincia di Caserta, e lavorava alla Face Standard. Aveva una moglie, Maria Luisa, e due figli. Una vita fatta di impegni quotidiani, di affetti e di quelle consuetudini semplici che costituiscono, spesso senza che ce ne accorgiamo, la sostanza più preziosa dell’esistenza. Ma portava un cognome che, in quegli anni, aveva assunto un significato “pesante”.

Era il fratello di Ferdinando Imposimato, il magistrato impegnato in alcune delle indagini più delicate dell’epoca. E proprio quel legame familiare divenne per la criminalità organizzata una ragione per una vendetta trasversale che andò in scena l’11 ottobre 1983, a Maddaloni, a pochi passi dallo stabilimento che Franco si era lasciato alle spalle insieme alla moglie e al cane. Stava tornando a casa, quando fu ucciso per trasformare un legame di sangue in uno strumento di intimidazione. Perché quando non si riesce a fermare un magistrato attraverso la paura, si può tentare di colpirlo nel punto in cui è più vulnerabile: gli affetti.

La vicenda di Franco Imposimato avrebbe mostrato con tragica chiarezza quanto la criminalità organizzata fosse disposta a spingersi lontano pur di tentare di piegare il lavoro della magistratura.

L’11 ottobre 1983: il giorno in cui la violenza entrò in una famiglia

Il racconto di quel pomeriggio comincia con due bambini che aspettavano il padre davanti alla scuola, con una moglie seduta accanto al marito, sul sedile di una piccola automobile di classe media e con un uomo che, quella sera, voleva soltanto tornare a casa dopo il lavoro. Franco e Maria Luisa avevano appena finito il turno alla Face Standard. L’orologio aveva appena segnato le 17.30. Dovevano raggiungere i figli, Giuseppe e Filiberto, che li aspettavano dopo le lezioni. Un tragitto ordinario, uno di quei percorsi che scandiscono la vita di una famiglia. Nulla, in quel momento, avrebbe fatto pensare che quel viaggio si sarebbe trasformato in una tragedia. All’altezza di una curva, su via Campolongo, la loro automobile fu costretta a rallentare. Dalla Ritmo che sbarrava la strada scesero due uomini armati. Il terzo era rimasto alla guida, per fuggire dopo aver premuto il grilletto.

I colpi furono undici. Franco morì quasi immediatamente. Maria Luisa venne ferita gravemente. Provò ad uscire dalla macchina, ma dopo qualche passo cadde a terra svenuta. Fu il suo barboncino a correre verso la portineria della fabbrica attirando sul posto i primi soccorsi. Sei mesi prima di quel giorno, Imposimato si era accorto di essere pedinato: gli fu assegnata una scorta quasi pro-forma, sospesa con le ferie di agosto.

Ci sono delitti che non si esauriscono nel rumore degli spari. Continuano nel silenzio delle case, negli occhi di chi resta, nelle domande dei figli e nella memoria di una città. L’assassinio di Franco Imposimato appartiene a questa storia dolorosa dell’Italia, nella quale la criminalità organizzata tentò di piegare la giustizia colpendo gli affetti più cari di chi la serviva. In poche istanti, la vita di una famiglia venne divisa in un prima e un dopo. Quella sera, due bambini persero il padre. Una donna perse il compagno della vita. E un giudice capì che la criminalità organizzata aveva scelto il modo più crudele per parlargli.

La vendetta trasversale: uccidere un innocente per intimidire un giudice

Nella storia della criminalità organizzata esiste un’espressione che racchiude una particolare forma di ferocia: vendetta trasversale. Significa colpire qualcuno che non è il destinatario diretto della minaccia, ma che gli è legato da un rapporto di affetto. Nel caso di Franco Imposimato, il bersaglio che si voleva raggiungere era Ferdinando, il magistrato. Franco diventò lo strumento attraverso il quale si tentava di fermare le sue indagini. La logica era terribile nella sua semplicità: se non si poteva raggiungere direttamente il giudice, si poteva ferire la sua famiglia.

Il bersaglio era il giudice

Ferdinando Imposimato era giudice istruttore a Roma. Nel 1983 aveva depositato la prima e la seconda sentenza del processo sull’omicidio di Aldo Moro, di cui aveva scoperto la prigione. Seguiva procedimenti sulla mafia e indagava sulla Banda della Magliana, sui suoi intrecci con la criminalità e con ambienti politici romane. Se non bastasse, si stava avvicinando a un nome scomodo: “don Mario Aglialoro”, alias “Salamandra”, capo della famiglia di Porta Nuova a Palermo e cassiere di Cosa Nostra a Roma, già ricercato su mandato di Giovanni Falcone. Per le organizzazioni criminali, Ferdinando Imposimato era un ostacolo. Ma era anche un bersaglio difficile da colpire. Allora scelsero un’altra strada: colpire chi amava.

Le indagini furono lunghe, ostacolate, segnate da depistaggi. La verità emerse soltanto anni dopo, anche grazie alle dichiarazioni di alcuni pentiti.

Franco Imposimato non fu soltanto il fratello di un giudice. Fu un uomo che amava la sua terra, un lavoratore, un sindacalista, un padre. Fu una vittima innocente di una vendetta trasversale. E fu, senza averlo scelto, una delle persone sulle quali la criminalità organizzata tentò di scrivere una delle sue minacce più disumane.

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