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Punture di siringhe in spiaggia? I casi sono tantissimi, ma non destano allarme

by Redazione
23 Agosto 2017 16:33
in Attualità
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Fa davvero rabbia che ancora oggi, nelle spiagge locali, permangano sporcizie di ogni tipo. Non solo pattume, bottiglie di vetro (cocci, in alcuni casi) e resti di alimenti. Anche le siringhe, purtroppo, vengono incluse nel “menu” offerto da quei cittadini poco amanti dell’ambiente. Il problema è che proprio quest’ultime, tendenzialmente, lasciano pensare che un’eventuale puntura possa provocare delle malattie infettive. Eppure, stando a quanto riferito dai medici del relativo reparto presso l’Ospedale “Vito Fazzi”, nonostante i casi di punture accidentali risultino tantissime, il fenomeno non desta allarme. Ma andiamo con ordine.

L’associazione “Salute Salento”, infatti, ci segnala un caso: Lunedì mattina, un 17enne si presentò con la madre al Pronto soccorso del nosocomio leccese riferendo d’essersi punto il giorno prima su un arenile di Porto Cesareo. Lo stesso ragazzo ha spiegato che la plastica della siringa era ingiallita e “cotta” dal sole. Quasi a dire che non potesse trattarsi di una siringa usata da poco. Gli operatori del Pronto soccorso così hanno tranquillizzato i familiari del giovane spiegando loro che il virus, se proprio dovesse chiamarsi Hiv, dura poco tempo. Nonostante tutto, però, sono scattate le procedure previste per i numerosissimi casi che si verificano soprattutto in estate. La settimana scorsa, ad esempio, una bambina di 6 anni si punse con la “lancia” corta utilizzata per la misura della glicemia. Stessa procedura. Il soggetto viene inviato al reparto di Malattie infettive.

Qui i medici salentini spiegano che risultano molto frequenti tali episodi, perché i tossicodipendenti che ballano e si divertono sulle spiagge – soprattutto di notte – buttano le siringhe in terra. C’è da dire che in molti casi non sono siringhe da insulina, bensì quelle usate per fare un intramuscolo a casa e smaltite scorrettamente. Peraltro, in ospedale gli operatori prendono atto se si tratta di un luogo protetto e circoscritto che abbia dei responsabili, per esempio una spiaggia privata, in concessione, oppure di un luogo pubblico o un luogo di lavoro, come nel caso di operatori ecologici che manipolano i sacchetti dei rifiuti.

Ma qual è la differenza? Semplice: “Se il luogo è senza responsabili individuabili – spiega il medico – si prescrivono gli esami per  l’epatite B, e C e  per Hiv con cadenza 1, 3 e 6 mesi a cominciare dal mese successivo”. “Se invece c’è un responsabile – prosegue – come nella spiaggia privata o in gestione, o nel caso di un paziente-lavoratore,  gli si fa fare i prelievi subito o il giorno dopo. In questo modo si può dimostrare che il soggetto non aveva già la malattia, altrimenti si potrebbe obiettare che era già affetto dalla malattia. Un modo per definire le responsabilità”.

Anche se la siringa non è stata usata di recente (perché si vede che il sole e il tempo l’avevano già “cotta”), il medico spiega che “comunque viene controllata l’epatite B e il tetano. Per la C e l’Hiv non si può fare nulla. La terapia per un mese scatta solo quando c’è un fondato sospetto che l’ago era quello di un tossicodipendente o c’è la presenza di sangue”.

Tags: rischio-infezioni-sulle-spiagge
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