Un altro record, un’altra statistica da esibire nei comunicati stampa: arrivi in crescita, presenze da capogiro, e un centro storico addobbato a festa. Da anni il Salento — e la sua capitale barocca, Lecce — misura il proprio “successo” turistico con l’unica metrica che la politica locale sembra saper leggere senza saper interpretare: la quantità. Presenze e arrivi, per quantificare i flussi, non equivalgono a misurare la ricchezza di un territorio, né il benessere di chi lo vive. E’ proprio in questo equivoco che si sta consumando una lenta metastasi economica, sociale e culturale.
Quei numeri sono in crescita, lo saranno ancora, per due macro fattori che nulla hanno a che vedere con meriti e vanti manifestati dai politici locali: la tracciabilità dei dati, l’aumento della popolazione mondiale.
Il primo definisce una traiettoria di misurazione di un fenomeno che precedentemente era a trazione sommersa. Il secondo, dettaglia uno scenario globale: con l’aumento della popolazione mondiale, che ci porterà da 8 miliardi a 10 miliardi entro il 2050, pertanto ad un aumento dei flussi, della domanda, perciò dei vettori, dunque dell’offerta.
Il concetto di fondo, che molti amministratori e operatori del settore continuano a ignorare, è banale quanto urgente: presenze e arrivi non determinano il successo di un modello turistico. A definirlo davvero sono le ricadute economiche, sociali, culturali, sul tessuto locale. La qualità del lavoro creato, la tenuta della comunità, il rispetto dell’ambiente e la capacità di non svendere l’identità dei luoghi al miglior offerente.
A Lecce e nel suo hinterland, assistiamo all’affermazione di un modello predatorio e speculativo. Il centro storico, un tempo spazio vitale fatto di botteghe artigiane, vita di quartiere e residenti, si è trasformato in un parco a tema per visitatori “mordi e fuggi”. Le case si svuotano di abitanti per riempirsi di cassette di sicurezza a combinazione per l’auto-check-in dei B&B. Il diritto all’abitare per studenti, giovani coppie e lavoratori è diventato un miraggio, spinto fuori dalle mura cittadine da affitti turistici schizzati alle stelle. E nelle periferie la gentrificazione inizia a comprimere spazi di manovra, di socialità, di economie soffocate da servizi sempre uguali a costi sempre più alti. Ed il PNRR, tra una devastazione e l’altra, ha posto rimedio come una goccia d’acqua risolve la siccità nel deserto.
Un fenomeno globale che va però analizzato nel contesto locale. Un contesto fortemente viziato dall’assenza di altri mercati, di altre economie, privando così un intero territorio di una visione ben più ampia di sviluppo economico.
A questa monocultura non corrisponde nemmeno una reale redistribuzione della ricchezza. Da labour intensive (ovvero con grande impiego di manodopera) il mercato turistico si è trasformato in intensive labour (in pochi lavorano tanto e per poco tempo). La ricchezza prodotta dai grandi volumi nelle mani di pochi. Così non si trovano lavoratori, soprattutto qualificati e formati, si precarizzano, e si costituisce un orizzonte instabile, incerto, su cui non vale investire e scommetterci. Né lato impresa, né lato lavoratore. L’emigrazione riprende vigore, la provincia si spopola e diventa la più anziana di Puglia.
A farne le spese è la cosa pubblica nel senso più alto del termine. Assistiamo a una costante privatizzazione degli spazi, degli eventi e delle risorse. Dalle chiese alle coste del litorale, fino alle piazze del centro, sbarrate per eventi privati o soffocate da una distesa infinita di tavolini e dehors commerciali. La città cessa di essere un bene comune vissuto dai suoi cittadini per diventare un fondale scenografico monetizzabile.
A questo si aggiungono i principi di riqualificazione urbana che hanno segnato in maniera permanente gli spazi moderni, meno funzionali, privi di servizi, ma più instagrammabili. Forse.
C’è poi l’impatto ambientale, la devastazione totale, i roghi, lo smaltimento illecito di rifiuti e quella che ad oggi si fa ancora fatica a chiamare criminalità. E la pochezza infrastrutturale: reti idriche sotto stress, gestione dei rifiuti in costante affanno, mobilità in tilt ed ecosistemi costieri ormai compromessi da un’impronta umana insostenibile, concentrata in soli tre mesi all’anno.
A Lecce città va un po’ meglio; il 50% in tre mesi, il 70% in cinque mesi. Il resto undertourism, altra faccia dell’overtourism che ormai pronunciano a vanvera i tanti esperti per darsi un tono, ma che riguarda poco più di 10 giorni l’anno, il che offre un’immagine più nitida del problema, ovvero la mancanza di equilibrio e gestione dei flussi, dei servizi, della pressione.
Lecce e il Salento non hanno bisogno di un turismo in continua espansione numerica, ma di una visione politica coraggiosa capace di governare i flussi prima che siano i flussi a distruggere la destinazione. Esperienze del passato raccontano di marchi d’area, di sinergie tra istituzioni. Serve ripartire da lì, almeno da un tentativo di posizionare la destinazione, gestire il territorio e utilizzare, in maniera trasparente, gli introiti legati ai maggiori flussi, concentrandosi su priorità serie e condivise, focalizzando le attenzioni sui servizi essenziali, di igiene, decoro, rispetto e tutela ambientale. Tutelare la residenzialità con un sano equilibrio tra eventi, iniziative, mostre. Senza demonizzare movida, divertimento ed eventi. Il Paese già sta invecchiando, non rendiamolo anche noioso per quei pochi giovani che vanno educati anche alla gioia e alla vita, altrimenti non ci si lamenti della loro deriva e dei disagi in cui li accompagniamo.
Promuovere un lavoro di qualità ed esigere che la fruizione del patrimonio culturale e naturale rimanga accessibile, prima di tutto, a chi quei luoghi li vive 365 giorni all’anno. Poi a chi li consuma. Non viceversa.
Le prospettive invece sembrano offrire una visione mediocre e speculativa, anche quando strumenti come i DMO (destination management organization) sembrano diventare una tavola imbandita, per sfamare appetiti più che intercettare bisogni, necessità ed urgenze.
Continuare a festeggiare i soliti “numeri da record” equivale a celebrare il peso del raccolto mentre si sta esaurendo l’ultimo strato di terra fertile.
Alberto Siculella | Dottore in Marketing e Comunicazione d’Impresa
Esperto in management delle imprese turistiche e del territorio
Presidente MIND Menti Indipendenti






