«Illustrissimo Signor Presidente della Repubblica, illustrissima Presidente del Consiglio dei Ministri, politici tutti, sono Franco il papà di Lorena, un padre distrutto». Comincia così, con parole semplici e una dignità che rende ancora più insopportabile il dolore, la lettera di Franco Isceri, scritta dopo che sua figlia Lorena è stata uccisa dall’ex compagno Federico Vella. Un’ora di terrore prima del vuoto tormentano questo genitore che ha deciso di rivolgere alla politica, e non solo, una richiesta straziante.
Il dolore di Franco Isceri è quello di un padre che non dovrebbe mai essere costretto a parlare della propria figlia al passato e che, invece, prova a farlo davanti a un Paese intero, chiedendo che la morte di Lorena non venga dimenticata e che, soprattutto, non sia inutile.
La voce di un padre: «Con lei è sepolta la voglia di vivere»
“Sono Franco, il papà di Lorena. Un padre distrutto”. Bastano poche parole per capire che dietro quella voce rotta non c’è soltanto il dolore per una figlia perduta. C’è il dolore di un uomo che cerca disperatamente un senso a qualcosa che senso non può averne. Nel suo messaggio non comincia raccontando la tragedia. Comincia raccontando chi era Lorena Isceri: «Mia figlia era una brava ragazza straordinaria, educata e studiosa e dedita allo studio e al lavoro. Aveva tanti sogni e progetti, ma ora non ne ha più».
Prima di essere una vittima, Lorena era una persona. Aveva una quotidianità, desideri, progetti per il futuro. Aveva una famiglia. Aveva un padre che fino a pochi giorni fa poteva ancora chiamarla, sentirne la voce, aspettarla. Poi tutto si è fermato. E quelle parole — “aveva tanti sogni e progetti, ma ora non li ha più” — diventano forse la parte più dolorosa dell’appello di Franco. Poi una frase che toglie il respiro: «Con lei, in fondo a quel cavalcavia, è sepolta anche la voglia di vivere, la voglia di vivere di una famiglia distrutta». È una frase che pesa. Perché racconta una verità che spesso, nei racconti di cronaca, rischiamo di dimenticare: quando una donna viene uccisa, la violenza non finisce con la sua morte.
L’appello alla politica: «Siate uniti, senza destra né sinistra»
Franco avrebbe potuto chiudersi nel silenzio. Avrebbe potuto pensare soltanto al proprio dolore. Invece ha scelto di parlare, non per chiedere vendetta, ma per chiedere che qualcosa cambi. La sua richiesta è semplice e pesante nella sua semplicità: fate qualcosa perché non accada più. Non chiede soltanto giustizia per Lorena. Chiede protezione per le altre donne che hanno bisogno di aiuto. «Chiedo a tutta la politica di essere unita – prendete provvedimenti all’unanimità, senza destra né sinistra, affinché tragedie come quella di Lorena non accadano più». Nel suo messaggio Franco indica strade concrete: «Lavorate nelle scuole, potenziate i centri antiviolenza e gli strumenti normativi per prendere provvedimenti».
E chiude con un abbraccio che suona come un testamento civile: «Ve lo chiedo con tutto il cuore. Un abbraccio a tutte le donne italiane». Un padre che ha appena perso sua figlia e che, invece di pensare soltanto a ciò che gli è stato portato via, prova a stringere idealmente tutte le altre figlie. Franco non può riavere sua figlia. Nessuna legge potrà restituirgli la sua voce, il suo sorriso, la sua presenza in casa. Nessun provvedimento potrà cancellare ciò che è successo quel giorno sull’A1.
Ma forse può ancora essere salvata un’altra Lorena. Ed è questo il senso più profondo delle sue parole. Un padre che ha perso sua figlia chiede che altri padri non debbano mai conoscere lo stesso dolore.
Perché questa lettera fa male (e dovrebbe farci agire)
Quella di Franco non è solo la cronaca di un femminicidio: è la radiografia di un Paese che continua a perdere troppe donne per mano di chi diceva di amarle. La sua lettera è toccante perché non urla odio, ma mostra il vuoto: un padre che non potrà più sentire la voce di sua figlia, che non potrà più vederla realizzare i «tanti sogni e progetti» che aveva. Ed è commovente perché, nel dolore più nero, trova ancora la forza di pensare alle altre donne, alle altre famiglie, al futuro: «Fate in modo che non accada più».
Cosa resta, oltre il dolore
Resta il nome di Lorena Isceri, 45 anni, donna di lavoro, figlia, sorella, amica. Resta la voce di un padre che, con gli occhi rigati di lacrime, chiede allo Stato di non voltarsi dall’altra parte.
E resta, per chi legge, una domanda che non può essere elusa: quante altre lettere come questa dovranno essere scritte prima che la politica, le istituzioni, la società intera decidano che è abbastanza? Forse la risposta più giusta non è aspettare un’altra lettera. È fare in modo che non debba essere scritta.






