Chiesto il carcere per il 22enne di Ugento indagato a piede libero per la morte di Daniele Congedi, l’ingegnere 28enne travolto e ucciso in bici sulla provinciale che collega Ugento a Racale. Il giovane, ricordiamo, si era in precedenza costituito nella caserma dei carabinieri.
Questa mattina, davanti al gip Valeria Fedele, si è tenuto l’interrogatorio preventivo del giovane accusato di omicidio stradale e omissione di soccorso. Nelle prossime ore, è attesa la decisione del giudice.
Il pubblico ministero Luigi Mastroniani, titolare del fascicolo d’indagine, nella richiesta di arresto, ha invocato la misura cautelare del carcere, ravvisando il pericolo di fuga.
I difensori dell’indagato, gli avvocati Luca Puce e Davide Micaletto, hanno chiesto che non venga applicata alcuna misura e, in subordine, i domiciliari.
Va detto che durante l’interrogatorio odierno l’indagato ha chiedo scusa alla famiglia del ragazzo e ha ribadito di non essersi accorto del ciclista, fornendo così una spiegazione al mancato soccorso e difendendosi strenuamente, affermando: “Non sono una bestia”.
Intanto sono stati già effettuati i primi accertamenti alcolemici e tossicologici, dai quali sarebbe emersa la positività del giovane ai cannabinoidi. La Procura ha disposto anche un esame sui capelli, per accertare con più precisione il momento dell’assunzione dello stupefacente. L’indagato sostiene però di averne fatto uso solo nelle ore successive all’incidente.
Nelle scorse ore, si è anche svolto l’esame autoptico eseguito dal medico legale Roberto Vaglio, da cui è emerso che Daniele Congedi non sarebbe morto sul colpo, ma a un’ora e mezza di distanza dall’investimento. Intanto, la Procura leccese ha incaricato dei consulenti tecnici, per ricostruire la dinamica dell’incidente stradale. Inoltre, i carabinieri hanno sequestrato i dispositivi elettronici per ricostruire i movimenti dell’indagato nelle ore precedenti alla presentazione in caserma. La Procura ha disposto anche un esame sui capelli.
I familiari di Daniele Congedi sono assistiti nella vicenda dagli avvocati Giovanni, Irene e Luigi Chiffi.





