Alle 17:56 un boato rompe il silenzio di un caldo sabato pomeriggio di maggio. Qualcosa simile ad un violento terremoto diranno i sismologi. Erano i 572 chili di tritolo piazzati sotto un tunnel dell’autostrada, a pochi passi dallo svincolo per Capaci, che hanno fatto saltare in aria la prima delle tre auto blindate con a bordo gli uomini della scorta di Giovanni Falcone: Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Erano bersagli in movimento. E Cosa Nostra li stava aspettando.
Il Giudice si trovava alla guida della seconda Croma, accanto la moglie Francesca Morvillo. L’autista seduto sul sedile posteriore ce la farà perché il magistrato aveva di guidare personalmente la Fiat. E si salvano anche gli agenti nella terza vettura, ma è una strage. Ad azionare il telecomando dalla collinetta è Giovanni Brusca, l’uomo che uccise e sciolse nell’acido il piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio di un pentito. Racconterà, anni dopo, di una certa esitazione: «Non so perché, c’era qualcosa che mi diceva di non farlo. Poi schiacciai».
La polvere si deposita come una coltre sopra la strada. L’odore dell’esplosione — un misto acre di petrolio e plastica bruciata — rimane nell’aria. All’arrivo dei soccorsi della prima auto non c’era traccia. Si pensò, in un primo momento, che fosse scampata alla deflagrazione. Quel che restava della Fiat Croma, invece, fu ritrovato ore dopo in un appezzamento di terreno a un centinaio di metri di distanza. Dentro: i corpi dei tre poliziotti.
Mentre la notte si avvicina, le luci dei mezzi di soccorso e delle ambulanze disegnano un perimetro luminoso attorno alla scena. I parenti delle vittime cercano informazioni tra gli ufficiali di polizia, ascoltano nomi, chiedono conferme di presenza. Il freddo della sera non placa il calore dell’indignazione.
Gli ultimi minuti di Falcone
Giovanni Falcone e la moglie erano ancora vivi all’arrivo dei soccorsi, ma la folle corsa in ospedale non bastò a strapparli al tragico destino scritto, si dice, da Totò Riina che aveva portato a termine il suo obiettivo: uccidere il magistrato nemico di Cosa Nostra, con un attentato eclatante. Aveva perso potere, non era più credibile agli occhi di alcuni boss e, quindi, doveva passare ai fatti. La decisione di uccidere il Giudice fu presa dopo una serie di riunioni della “cupola”.
Alle 19.00 quando la televisione dà la notizia che Falcone è morto tra le braccia del collega e amico Paolo Borsellino, il carcere dell’Ucciardone sembra uno stadio. Nelle celle si ‘brinda’ esattamente come era accaduto per il generale Dalla Chiesa. Anche Termini Imerese, a trenta chilometri da Palermo, si trasformò in un salone delle feste.
Era il 23 maggio 1992.







