In Salento la canapa fa parlare di sé anche nei campi: a luglio è partita la sperimentazione del progetto Re.Ca. «Renew Cannabis», che usa canapa industriale, spirulina e consorzi microbici per depurare terreni agricoli contaminati da idrocarburi, tra le iniziative di Regione Puglia e Aress per la filiera della canapa.
Poi c’è un’altra canapa, quella che arriva in casa sotto forma di infiorescenze e resine di canapa light e finisce in un cassetto o su una mensola. Qui il clima salentino gioca contro: caldo e umidità sono fra i principali nemici di un fiore essiccato.
Umidità: il numero da conoscere è 55-65
Per le infiorescenze di cannabis essiccate esiste uno standard tecnico, la specifica ASTM D8197, che raccomanda per la conservazione un’«attività dell’acqua» compresa fra 0,55 e 0,65: in pratica, un fiore in equilibrio con un’aria al 55-65% di umidità relativa. Sopra, spiega lo standard, cresce il rischio di muffe; sotto, il fiore diventa fragile e si rompe più facilmente quando lo si maneggia.
Il problema è che l’aria salentina, all’aperto, sta quasi sempre sopra. Secondo le medie dell’Aeronautica Militare per la stazione di Lecce-Galatina (1971-2000), l’umidità relativa media va dal 66% di luglio all’82% di dicembre. In casa pesa la stagione: d’inverno il riscaldamento asciuga l’aria; d’estate, senza condizionatore, resta vicina a quella esterna. Un materiale vegetale secco tende a mettersi in equilibrio con l’aria che lo circonda: una busta richiusa male o un barattolo lasciato aperto finiscono per assorbire umidità, o per perderla.
Serve quindi un contenitore a chiusura ermetica, da aprire solo quando occorre. Chi vuole essere preciso può aggiungere un igrometro o una bustina regolatrice di umidità a base di sali, in commercio al 58 o al 62%.
La luce, il nemico che non si vede
Uno studio pubblicato nel 1976 sul Journal of Pharmacy and Pharmacology ha conservato fino a due anni, in condizioni diverse, soluzioni di cannabinoidi e campioni di erba e di resina. La luce, anche senza sole diretto, risultò il singolo fattore più importante nella perdita di cannabinoidi, soprattutto nelle soluzioni. Al buio e fino a 20 gradi, invece, i cannabinoidi di un prodotto ben preparato restavano ragionevolmente stabili per uno o due anni.
Meglio quindi un contenitore scuro, oppure uno trasparente chiuso in un mobile. Il vetro, impermeabile ad aria e odori, è preferibile, e il barattolo va proporzionato al contenuto: più spazio vuoto, più aria.
Aria e mani: meno si tocca, meglio è
Lo stesso studio individuava un secondo nemico, l’ossidazione. Le perdite, scrivevano gli autori, si possono ridurre se si evita di danneggiare le ghiandole di resina, i tricomi, che funzionano come «contenitori ben pieni e ben chiusi». Tradotto: il fiore va lasciato intero e maneggiato il meno possibile. Una ricerca del 2020 del Technion di Haifa ha poi osservato che il materiale sminuzzato è tra le condizioni peggiori per i terpeni, le molecole dell’aroma.
In uno studio dell’Università del Mississippi del 1996, infiorescenze essiccate e poi tenute tre mesi in un sacchetto di carta a temperatura ambiente avevano perso quasi il 30% dell’olio essenziale rispetto al fiore appena essiccato. A calare di più erano i monoterpeni, le molecole più leggere: il mircene, il più abbondante, passava da quasi il 60% a circa un terzo dell’olio.
Per questo, fra le cime di canapa light in formati da 2 a 50 grammi, la confezione grande ha senso solo per chi ha un contenitore adatto e un posto fresco e buio in cui tenerla, perché ogni apertura fa entrare aria nuova e, d’estate, umidità. Con più confezioni piccole, ciascuna resta sigillata finché non serve.
Caldo, frigorifero e congelatore
Sulla temperatura il Technion ha seguito per un anno infiorescenze tenute al buio a 25, 4, -30 e -80 gradi, comprese varietà ricche di CBD. I 25 gradi sono risultati la temperatura più sfavorevole per i cannabinoidi; contando anche i terpeni, per le infiorescenze intere la migliore è stata quella a 4 gradi. A Lecce-Galatina le giornate con massime da 30 gradi in su sono in media 65 l’anno: da evitare il mobile accanto al forno o l’auto al sole.
Il frigorifero può funzionare, a due condizioni: contenitore ermetico e un po’ di pazienza. Un barattolo freddo aperto nell’aria calda e umida di agosto si copre di condensa, anche all’interno, e riporta dentro proprio l’umidità che si voleva tenere fuori. Va lasciato tornare a temperatura ambiente prima di aprirlo.
Il congelatore, invece, è sconsigliato. Nello studio israeliano i -30 e i -80 gradi, più freddi di un freezer di casa, sono risultati fra le condizioni peggiori per i terpeni. E a basse temperature il fiore diventa fragile e i tricomi possono staccarsi quando lo si maneggia: è lo stesso principio che si sfrutta, agitando la pianta in acqua e ghiaccio, per separare la resina.
Polline e resine: stesse regole, qualche accortezza in più
Per polline e resine di canapa light valgono gli stessi principi, con due differenze. Il polline, o dry sift, è una polvere di tricomi separati per setacciatura: molta superficie esposta all’aria, quindi contenitore piccolo e ben chiuso. Le resine temono il caldo in un altro modo: il calore, che nelle lavorazioni tradizionali si usa proprio per pressarle, le rende più morbide e appiccicose. Il buio resta la regola: le conclusioni dello studio del 1976 valevano tanto per l’erba quanto per la resina.
I segnali di una conservazione sbagliata si riconoscono facilmente: l’aroma che si affievolisce, una consistenza polverosa quando l’aria è troppo secca o, all’opposto, una peluria biancastra quando è troppo umida. In una terra dove il caldo dura a lungo e l’umidità è di casa, un barattolo giusto e un mobile fresco e buio fanno già gran parte del lavoro.





