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Giovani e lavoro nel Salento: le startup che scommettono sul territorio

Dai giovani che restano al rientro dei talenti: come startup, agroalimentare e digitale stanno trasformando il Salento da luogo di fuga a hub d'impresa.

by Redazione
21 Agosto 2026 10:30
in Attualità
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Per una generazione intera, nel Salento, la parola “futuro” ha fatto rima con “partenza”. Lo so bene perché ho visto partire amici, colleghi, compagni di università: Milano, Bologna, Londra, Berlino – la geografia della fuga salentina è scritta nelle rubriche telefoniche di ogni famiglia leccese. Il copione sembrava immutabile: qui il turismo d’estate e poco altro, là le carriere vere. E invece, da qualche anno, chi come me racconta l’economia di questo territorio ha iniziato a registrare un fenomeno nuovo, prima timido e ora sempre più visibile: giovani che restano, giovani che tornano, e – la novità più interessante – giovani che fondano imprese proprio qui, trasformando il Salento da luogo da cui scappare a materia prima su cui costruire.

Non voglio raccontare favole: i numeri dell’occupazione giovanile nel Mezzogiorno restano difficili, l’emigrazione dei laureati non si è fermata e fare impresa a Lecce presenta ostacoli che a Milano non esistono. Ma sarebbe altrettanto sbagliato non vedere ciò che sta accadendo: un ecosistema embrionale ma vivo, fatto di startup che hanno capito una cosa fondamentale – il Salento non è un handicap da compensare, è un vantaggio competitivo da sfruttare. Sole, mare, agricoltura d’eccellenza, patrimonio culturale, costo della vita contenuto e una qualità dell’esistenza che le metropoli si sognano: per certi modelli di business like inout games, questa non è periferia, è il posto giusto. Vi porto dentro questo Salento che prova a cambiare pelle, con le sue traiettorie più promettenti e i nodi ancora da sciogliere.

Dove nascono le idee: i settori in cui il Salento gioca in attacco

La prima cosa che colpisce, osservando le nuove imprese giovanili del territorio, è che le più solide non copiano modelli nati altrove: partono da ciò che il Salento ha già, e lo reinventano con strumenti nuovi.

Il caso più evidente è il turismo, che le startup locali stanno spingendo oltre il modello balneare mordi-e-fuggi. La nuova generazione di imprenditori turistici vende esperienze, non ombrelloni: percorsi tra i pajari e i muretti a secco, laboratori di cucina nelle masserie, cammini rurali, immersioni nella cultura della taranta e del tacco barocco, piattaforme che mettono in rete guide, produttori e ospitalità diffusa nei borghi dell’entroterra. È un turismo che allunga la stagione – obiettivo vitale per l’economia locale – e distribuisce valore nei paesi che il turismo di massa ignora.

Il secondo fronte è l’agroalimentare innovativo. Qui i giovani si muovono su due binari: da un lato la valorizzazione digitale delle eccellenze – olio, vino, ortaggi di Puglia venduti online con storytelling e filiera trasparente -, dall’altro la sfida tecnologica vera, l’agritech: sensoristica nei campi, agricoltura di precisione, e soprattutto la ricerca legata alla rigenerazione post-Xylella, la ferita che ha cambiato il paesaggio salentino e che una generazione di agronomi e startupper ha trasformato in laboratorio di innovazione, tra nuovi impianti, colture alternative e sperimentazione.

Il terzo fronte è il digitale puro, reso possibile da un fatto semplice: il codice si scrive ovunque. Sviluppatori, designer, agenzie e piccole software house scelgono Lecce e i paesi della provincia per fondare attività che servono clienti nazionali e internazionali, mentre il fenomeno del lavoro da remoto e del south working ha riportato a casa professionisti che arricchiscono l’ecosistema di competenze.

A questi si aggiungono filoni che meritano attenzione, perché raccontano la varietà del fermento in corso:

  • Le imprese culturali e creative, dal videomaking alla comunicazione, che trovano nel patrimonio salentino un set e un archivio inesauribili.
  • L’artigianato reinventato, con giovani che riprendono cartapesta, pietra leccese, ceramica e tessitura dando loro mercati digitali e design contemporaneo.
  • La blue economy, tra nautica, pesca sostenibile e servizi legati al mare fuori stagione.
  • L’economia sociale e della restanza, cooperative di comunità e progetti che trasformano i borghi in cantieri di rigenerazione, spesso guidati da under 35.

Il filo rosso è sempre lo stesso: identità più innovazione. Le startup salentine che funzionano non chiedono al territorio di somigliare a Milano; gli chiedono di essere sé stesso, meglio.

L’ecosistema che cresce: università, incubatori e il capitale che manca

Un’impresa giovane non nasce nel vuoto, e la seconda parte della storia riguarda l’infrastruttura – formativa, fisica, finanziaria – che il Salento sta costruendo attorno ai suoi startupper.

Il perno è l’Università del Salento, che negli anni ha rafforzato il proprio ruolo di motore dell’ecosistema: corsi e percorsi dedicati all’imprenditorialità, spin-off accademici nei settori dell’ingegneria e delle scienze, collaborazioni con i centri di ricerca che gravitano sul territorio. Attorno all’ateneo si è sviluppata una rete di luoghi dell’innovazione: incubatori e acceleratori, spazi di coworking a Lecce e nei centri della provincia, laboratori urbani nati dal recupero di edifici dismessi, programmi regionali che accompagnano le idee dalla fase embrionale al mercato. La Puglia, va detto, è tra le regioni del Sud che più hanno investito in politiche giovanili e per l’innovazione, con bandi e misure che hanno finanziato migliaia di progetti d’impresa under 35.

Poi c’è il capitolo dolente, che un racconto onesto non può omettere: il capitale. Il venture capital in Italia resta concentrato al Nord, e per una startup salentina raccogliere investimenti significa quasi sempre guardare fuori. A questo si aggiungono i nodi storici: burocrazia, tempi della pubblica amministrazione, infrastrutture di trasporto che rendono il territorio meno raggiungibile di quanto meriti, e una cultura del rischio ancora giovane, in cui il fallimento imprenditoriale pesa come uno stigma anziché essere letto come esperienza.

Eppure, proprio su questi vincoli, le startup locali hanno sviluppato una dote che gli investitori apprezzano sempre più: la sostenibilità forzata. Dove il capitale abbonda si brucia cassa; dove scarseggia si impara presto a stare in piedi con i ricavi. Molte imprese salentine crescono più lente ma più solide, radicate in mercati reali – turismo, cibo, servizi – che generano fatturato dal primo anno. Non è la Silicon Valley, ed è esattamente il punto: è un modello mediterraneo di impresa innovativa, più paziente e più resiliente.

Cosa serve adesso: le condizioni per non sprecare il momento

Arrivo alla domanda che mi pongono sempre, nei convegni come al bar: questo fermento è una moda passeggera o l’inizio di un cambiamento strutturale? La mia risposta, da osservatore di lungo corso, è che siamo a un bivio, e che l’esito dipenderà da alcune condizioni precise.

La prima riguarda i giovani stessi, e mi permetto il tono diretto: fare startup nel Salento è possibile, ma richiede preparazione, non solo entusiasmo. Le imprese che sopravvivono sono quelle fondate su competenze solide – tecniche, gestionali, di mercato – e su una conoscenza vera del settore in cui operano. Formarsi, anche altrove, e poi tornare con un bagaglio da investire qui: questa traiettoria, che chiamo dell’andata-e-ritorno fertile, è forse la più preziosa per il territorio, molto più della retorica del “restare a tutti i costi”.

La seconda condizione riguarda il sistema, e la riassumo in un elenco di priorità che sottopongo volentieri a chi amministra e a chi rappresenta le categorie:

  1. Continuità delle politiche di sostegno, perché l’ecosistema ha bisogno di misure stabili e pluriennali, non di bandi episodici legati ai cicli politici.
  2. Infrastrutture materiali e digitali, dai collegamenti ferroviari e aeroportuali alla banda ultralarga capillare fino all’ultimo borgo dell’entroterra.
  3. Ponti con il capitale, attirando fondi e business angel sul territorio e accompagnando le startup locali nei circuiti nazionali dell’investimento.
  4. Alleanza tra vecchia e nuova economia, perché le imprese tradizionali salentine – turismo, agroalimentare, manifattura – sono i primi clienti e partner naturali delle startup, e questo incontro va organizzato, non lasciato al caso.

La terza condizione, la più impalpabile e forse la più decisiva, è culturale: continuare a smontare l’idea che il Salento sia condannato a essere soltanto una cartolina estiva. Ogni startup che assume, ogni giovane che apre una partita IVA con un progetto serio, ogni ritorno dal Nord con un’impresa in valigia sposta di un millimetro la percezione collettiva di ciò che qui è possibile.

Chiudo con l’immagine che mi porto dietro da un incontro recente con alcuni di questi ragazzi, in un coworking ricavato da un vecchio stabile del centro storico. Fuori, i turisti fotografavano il barocco; dentro, si discuteva di piattaforme, filiere agricole e round di finanziamento. Ecco, il Salento che verrà sta tutto in quella doppia scena: una terra che continua a incantare il mondo e che, finalmente, ha smesso di chiedere ai suoi figli di scegliere tra la bellezza e il lavoro. La scommessa – quella vera, quella buona – è che possano avere entrambi. E per la prima volta da molto tempo, non mi sembra affatto una scommessa persa.

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