Un libro per l’estate: “Il Grande Gatsby” di Fitzgerald e lo stupore dell’illusione

Un libro per l’estate è la rubrica a cura di Adele Errico: tanti consigli su quale libro scegliere per passare la stagione estiva, settimana dopo settimana.

New York, Long Island. Estate 1922.

Se si potesse immaginare il Paradiso, probabilmente sarebbe una delle feste descritte nei romanzi di Fitzgerald.  Personaggi “belli e dannati” vanno e vengono, leggeri come falene, da giardini azzurri luccicanti di stelle, fra musiche, bisbigli e champagne. Sale sgargianti di colori e pettinature e “scialli che superano i sogni di un castigliano”. E ancora fiumi di gin e liquori, orchestre che suonano musiche da cocktail e cori di voci in un confondersi di volti “mutevoli come il mare sotto la luce sempre cangiante”.

Il re di questo Paradiso è un angelo. Un angelo giovane ed elegante, dal sorriso che ispira “eterno incoraggiamento”: Jay Gatsby, “Il grande Gatsby”.

Angelo caduto alla ricerca di un Paradiso perduto, eroe romantico che si erge titanico sulla bellezza della New York degli Anni Ruggenti – sull’incantata mescolanza di uomini perbene, truffatori, donne affascinanti e sprezzanti, ville fiabesche e automobili smaglianti – Gatsby è prigioniero di un sogno. Sogno che risponde al nome di Daisy. Un viso bianco accostato al suo, teso sul punto di dargli un bacio che imprime sulle sue labbra un marchio, sigillando in un soffio d’alito le ambizioni, le visioni, i desideri di lui.

Daisy, “bella come una notte di giugno”, si muove nel romanzo – e nella vita di Gatsby – sempre sospinta da un vento leggero, come meravigliosa dea che, distratta, passa e distrugge e non si volta a guardare le macerie che si lascia dietro. Daisy che è sogno e motivo del suo stupore, musa dell’illusione sulla quale tutta la vita di Gatsby è stata costruita.

Lo splendore della reggia, le macchine, il denaro rappresentano solo un luccicore di superficie. Alle basi del maestoso impero, nelle fondamenta di questa macchina di scintillante opulenza c’è tutta la cristallina purezza di un amore giovanile. Ma l’illusione di Gatsby, la sua ubriaca allucinazione, la dolce chimera che gli avviluppa la mente è più vera della stessa realtà, di una Daisy che può guardare, toccare, stringere.

Gatsby vive di stupore. Dio del suo universo luccicante, sovrano del suo regno sterminato di feste, demiurgo scosso da appassionata furia creatrice, Gatsby vive nell’illusione della luce verde all’estremità del pontile della casa di Daisy. “C’è sempre una luce verde accesa tutta la notte all’estremità del tuo pontile”, le dice mentre la tiene stretta a sé. Luce verde che è come una piccola stella che, nel cielo scuro, impallidisce dinanzi allo splendore della luna. E la luna è Daisy. L’uomo che, dalla sua estremità del molo, è fermo in piedi, “con le mani in tasca, a guardare i granelli argentei delle stelle”, è sopraffatto da uno stupore che lo fa tremare: “Gatsby credeva nella luce verde”. Credeva in quel puntolino che brilla nell’oscurità che è il passato e il futuro, il sogno e la rovina, l’incertezza e la speranza.



In questo articolo: