Pochi secondi, tre colpi di pistola e una vita spezzata da un proiettile davanti ad un locale della periferia di Copertino. Da quella notte, il nome di Stefano Tomeo è rimasto al centro di un’indagine lunga, meticolosa, fatta di incroci investigativi, analisi, testimonianze e pazienza. Da quell’agguato nel buio, andato in scena davanti a persone che hanno visto consumarsi in pochi istanti un episodio destinato a segnare la cronaca del Salento, sono passate settimane, ma gli uomini delle forze dell’ordine hanno ricostruito il mosaio, pezzo dopo pezzo, incastrando tutti gli elementi fino a trovare quelli che, sembrano, decisivi.
Un’indagine costruita pezzo dopo pezzo
Dietro ogni delitto esiste una storia invisibile, fatta di dettagli che, presi singolarmente, sembrano insignificanti. È proprio da quei dettagli che gli uomini del Nucleo Investigativo dei Carabinieri del Comando Provinciale di Lecce e la Direzione Distrettuale Antimafia hanno iniziato a ricostruire il quadro.
Telecamere, spostamenti, rapporti personali, collegamenti tra persone e possibili moventi sono stati analizzati per mesi. Un lavoro silenzioso che avrebbe consentito agli inquirenti di delineare ruoli e presunte responsabilità fino ad arrivare al blitz che ha portato agli arresti. In tre sono finiti nei guai con l’accusa di omicidio e tentato omicidio in concorso, aggravati dalla premeditazione e dal metodo mafioso. L’inchiesta ipotizza un’azione pianificata nei minimi particolari, con un’organizzazione che andrebbe oltre il semplice gesto impulsivo. Un delitto studiato, preparato, portato a termine in pochi attimi, con una freddezza che ha lasciato poco spazio al caso.
Un delitto che non appariva casuale
Sin dalle prime ore dopo l’omicidio, gli investigatori hanno escluso l’ipotesi di una “violenza” improvvisata, pur non lasciando alcuna pista inesplorata. L’agguato mostrava caratteristiche ben precise. Chi aveva agito sembrava conoscre i movimenti della vittima, aveva scelto il momento e il luogo e, secondo l’impianto investigativo, sarebbe entrato in azione con un piano che sembrava studiato nei dettagli. Non un gesto d’impulso, ma un’esecuzione, secondo gli inquirenti, fredda, quasi chirurgica. Anche l’arma utilizzata ha rafforzato l’idea di un’azione pensata in anticipo e consumata in pochi secondi davanti.
La svolta è arrivata dopo mesi di lavoro. Stefano Tomeo, secondo quanto riportato da più fonti, potrebbe non essere stato il vero obiettivo dell’agguato. In questa possibilità si concentra tutta la tragedia della cronaca nera quando sfiora i paesi e li attraversa come un’ombra improvvisa: una vittima che si trova nel posto sbagliato, nel momento sbagliato, dentro una rete di relazioni e rancori che non le appartenevano fino in fondo.
Tomeo quella notte dell’11 aprile non ce l’ha fatta, ferito a morte da un proiettile al collo, ma non sarebbe lui il nome che gli investigatori ritengono al centro del disegno criminale. Il vero bersaglio dell’agguato pare sia un’altra persona, l’amico che si trovava con lui in auto. L’operaio 42enne, insomma, sarebbe stato piuttosto l’effetto collaterale di una violenza indirizzata altrove, in un intreccio di rancori, rapporti personali e ombre criminali.
L’indagine ha portato all’esecuzione di misure cautelari nei confronti di tre persone ritenute coinvolte, a vario titolo, nell’omicidio. Secondo la ricostruzione dell’accusa, uno degli indagati avrebbe avuto il ruolo di esecutore materiale, mentre gli altri avrebbero partecipato all’organizzazione del delitto.
Le contestazioni formulate dalla Procura rappresentano l’ipotesi accusatoria e dovranno essere verificate nel corso del procedimento giudiziario, nel pieno rispetto della presunzione di innocenza.
Il movente: dalle bollette insolute ai summit mafiosi
Per settimane quella morte resta avvolta nel mistero. Chi voleva uccidere Stefano Tomeo? Per quale motivo? La risposta, ricostruita minuziosamente dal Nucleo Investigativo di Lecce e dalla Compagnia di Gallipoli, si trova tra le mura di una casa in affitto.
Il conducente dell’auto avrebbe affittato un appartamento a un infermiere di Copertino. Finita la locazione, erano rimaste in sospeso alcune bollette di luce e acqua. Questioni di poche centinaia di euro. Eppure, la tensione era salita alle stelle: il proprietario di casa aveva iniziato a tempestare l’ex inquilino con minacce di morte e pesanti pressioni per riscuotere il denaro, configurando quella che gli inquirenti hanno poi rubricato come una tentata estorsione.
Esasperato e terrorizzato, l’infermiere ha fatto la scelta più drammatica: invece di chiedere aiuto allo Stato, ha bussato alla porta sbagliata. Ha cercato la “protezione” della criminalità organizzata, rivolgendosi a un sessantunenne storico esponente della Sacra Corona Unita. L’uomo, un ex sicario, si trovava in quel momento ai domiciliari per motivi di salute.
La macchina della punizione si è messa in moto la mattina stessa dell’omicidio: l’ergastolano e un complice di 49 anni (cognato di un altro boss e cugino dell’infermiere, con il ruolo di intermediario) pianificano l’azione. L’infermiere telefona al suo aguzzino, attirandolo in trappola con la scusa di un appuntamento per saldare il debito. Il killer sessantunenne recupera la pistola in casa, si apposta e spara. Ma il primo a scendere dall’auto è Stefano Tomeo, che con quella storia di bollette non c’entrava nulla. Muore sul colpo, vittima di uno scambio di persona.
A incastrare i responsabili sono state le tracce invisibili. I Carabinieri hanno setacciato le immagini delle telecamere di videosorveglianza pubbliche e private, isolando la via di fuga del killer. I tabulati telefonici e le intercettazioni ambientali hanno fatto il resto, catturando i tasselli di un mosaico criminale che la Direzione Distrettuale Antimafia ha infine blindato.
Nota di garanzia: Il procedimento penale si trova attualmente nella fase delle indagini preliminari. La responsabilità degli indagati dovrà essere vagliata e accertata nel corso del futuro processo, vigendo per tutti il principio costituzionale della presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.
Una storia di sangue, debiti domestici e codici mafiosi che lascia Copertino sgomenta, a piangere un uomo che si trovava semplicemente nel posto sbagliato, sul sedile sbagliato, la mattina sbagliata.






