Di A.C.
La Corte di Cassazione ha detto sì alla proroga del 41 bis per Cristian Pepe. Il 52enne leccese, difeso dall’avvocato Antonio Savoia, è considerato dagli inquirenti un esponente di spicco della Sacra Corona Unita.
La prima sezione penale della Suprema Corte ha respinto il ricorso presentato dal legale del boss contro l’ordinanza del Tribunale di sorveglianza di Roma dello scorso 5 marzo. La difesa contestava l’attualità del pericolo e la necessità del regime di carcere duro, sostenendo che i giudici romani avessero riproposto vicende ormai risalenti nel tempo.
Le motivazioni della Cassazione e i messaggi dal carcere
Nelle motivazioni della sentenza (pronunciata a settembre e depositate di recente) con cui è stato confermato il carcere duro per Pepe, gli ermellini fanno riferimento a diversi elementi e condotte emerse negli anni. Tra queste, le direttive impartite in passato dal carcere di Padova, dove il boss inviava ordini agli affiliati tramite Skype e Facebook grazie all’introduzione abusiva di schede Sim.
Non solo: tra gli atti figura anche una più recente intercettazione nel carcere di Saluzzo, in cui Pepe, parlando con un altro detenuto, affermava: «Speriamo che quello scemo non gli combina qualche casino… se no lo devo uccidere veramente».
Sebbene la Cassazione non entri nel dettaglio dei singoli episodi, la sentenza delinea chiaramente un contesto di immutata pericolosità, nel quale gli equilibri mafiosi non si sono affatto affievoliti. La minaccia intercettata nel 2024 dimostrerebbe come Pepe, nonostante la lunga detenzione, continuasse a conservare un potere decisionale attivo, esteso persino sulla «vita» delle persone.
A quadro clinico-indiziario si aggiungono altri precedenti significativi: nel 2017 è stata sequestrata una lettera in cui Pepe ribadiva con fermezza il proprio ruolo di comando, mentre nel 2019 è stato trovato in possesso di telefoni cellulari introdotti illegalmente nell’istituto di pena.





