Aldo Moro, il mistero della seduta spiritica e del ‘segreto’ sussurrato dai morti

Il caso Moro è una ferita ancora aperta nella memoria italiana. E la seduta spiritica rappresenta uno dei suoi capitoli più enigmatici.
Una storia che sembra uscita da un romanzo, ma che è accaduta davvero.

Il rapimento di Aldo Moro, avvenuto il 16 marzo 1978 per mano delle Brigate Rosse, è una delle pagine più drammatiche e oscure della storia italiana. Nessuno, ancora oggi, è riuscito a ricostruire quei 55 giorni di trattative, lettere drammatiche, comunicati stampa veri e fasulli, piste sbagliate e silenzi continuati anche dopo il ritrovamento del corpo dell’onorevole di Maglie nella Renault rossa, parcheggiata in via Caetani. Uno dei tanti misteri mai risolti, inziato in tinte vagamente grottesche, riguarda il caso della seduta spiritica di Zappolino. Un episodio che sembra uscito da un romanzo e che invece è entrato ufficialmente negli atti parlamentari.

Era il 2 aprile 1978. Quel giorno il “gioco del piattino” svelò uno dei segreti delle BR che nemmeno l’imponente spiegamento delle forze dell’ordine era riuscito a svelare. Quando agli spiriti fu chiesto se il presidente della Democrazia Cristiana fosse ancora vivo e dove si trovasse, le forze sconosciute risposero muovendo il piattino: le lettere coperte formarono la parola Gradoli.

La seduta spiritica e il piattino che scrive la storia: cosa è accaduto

Stando alla ricostruzione ufficiale quel giorno, un professore di Economia dell’Università di Bologna invitò un gruppo di amici e colleghi per un pranzo nella sua villa di Zappolino, poco fuori Bologna. Costretti in casa dalla pioggia, i docenti – tra cui Romano Prodi, un giovane professore di economia destinato a diventare Presidente del Consiglio – decisero di ingannare il tempo con una seduta spiritica.

Dal rapimento di Aldo Moro erano passate appena due settiname e non si parlava d’altro. Per questo i professori, pensarono di chiedere ai “morti”, gli spiriti di don Luigi Sturzo e di Giorgio La Pira, storico sindaco democristiano di Firenze, dove fosse tenuto prigioniero il Presidente. Su un grande foglio di carta scrissero lettere e numeri. Secondo quanto dichiarato, il piattino formò la parola “Gradoli”. Dato che sembrava priva di senso, il gioco continuò. Apparsero le parole Viterbo, Bolsena e una serie di altre indicazioni, forse un po’ troppo precise. A quel punto, uno dei partecipanti pensò di controllare lo stradario che aveva in macchina. “Gradoli” esisteva: era un paese sulla strada che da Roma conduce a Viterbo, non lontano dal lago di Bolsena.

Gradoli: coincidenza o pista reale?

Le autorità ricevono l’informazione. E reagiscono: perquisiscono il paese di poco meno di duemila anime, ma senza risultati. Non fu un’operazione imponente con centinaia di agenti, come è stato scritto, ma un controllo accurato che condusse ad un vicolo cieco. Solo settimane dopo, grazie ad una altrettanto misteriora “perdita di acqua”, si scoprì che esisteva una via Gradoli a Roma, dove le Brigate Rosse avevano effettivamente una base. Non era la prigione del leader della Dc, ma il nascondiglio di Mario Moretti, l’organizzatore del rapimento. Al secondo piano, scala A, interno 11 abitava anche la primula rossa Barbara Balzerani. Armata con la mitraglietta Skorpion, presidiava la parte bassa della strada, all’incrocio con via Stresa, la mattina del 16 marzo 1978.

In realtà, Eleonora Moro, la moglie dell’onorevole, aveva chiesto al ministro degli interni, all’epoca Francesco Cossiga e a un non meglio identificato «funzionario» se non era il caso di cercare una via Gradoli a Roma, ma le fu risposto di no perché non “Non c’è nelle pagine gialle!”». Fu lei a segnalare, elenco alla mano, che invece la via c’era eccome. Gli spiriti, o chi per loro, non avevano dunque dato un’indicazione sbagliata. Non solo, pochi giorni dopo il rapimento alcuni agenti sono stati incaricati di perquisire gli appartamenti del condominio “incriminato”, ma molti non erano occupati. Non avendo tra le mani l’autorizzazione per forzare le porte, gli uomini in divisa si limitarono a chiedere informazioni ai vicini. L’interno 11 fu uno degli appartamenti dove non rispose nessuno.

Coincidenza o soffiata?

Una coincidenza inquietante oppure un’informazione reale mascherata da seduta spiritica? Questo è il cuore del mistero. La spiegazione più plausibile, e quella accettata dalla maggior parte degli storici, è che uno dei partecipanti alla “seduta” era venuto a sapere dove si trovava un nascondiglio delle Br. Il gioco, insomma, era solo un escamotage per proteggere l’autore di una soffiata. Per avvertire le autorità, proteggendo la sua fonte, qualcuno decise di imbastire la scena della seduta spiritica. L’informazione che a Roma c’era un covo delle BR sarebbe passata di bocca in bocca talmente tante volte da indurre in errore, come nel “telefono senza fili”.

Questa interpretazione è stata più volte discussa anche nelle Commissioni parlamentari sul caso Moro, senza però arrivare a una verità definitiva condivisa. Di certo il senatore Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione Stragi ha sempre commentato scetticamente la seduta spiritica di Zappolino. “Anche chi crede allo spiritismo, disse, faticherebbe a immaginare anime che si manifestano tra bambini che giocano, salsicce alla griglia e caffè in preparazione”.

Tra verità e leggenda: un enigma ancora aperto

A distanza di decenni, il caso della seduta spiritica resta uno dei capitoli più enigmatici del rapimento Moro: è il simbolo di un’epoca complessa, in cui la linea tra verità e mistero era spesso sfumata.

Che si tratti di un episodio accaduto così come è stato raccontato o di una copertura costruita ad arte, resta una domanda destinata a rimanere aperta: quanto sappiamo davvero di quei 55 giorni che hanno cambiato la storia d’Italia?