C’è un maxi risarcimento, per la cifra complessiva di oltre 1,3 milioni di euro, in favore dei familiari di una donna di 59 anni del nord Salento, morta nel febbraio del 2009 dopo un massiccio ciclo di chemioterapia. Quest’ultimo venne disposto, come emerso nell’inchiesta penale, perché un angioma gigante fu scambiato per una formazione maligna.
La sentenza porta la firma del giudice Caterina Stasi del Tribunale civile di Lecce, che ha condannato al risarcimento del danno l’Asl. E anche un medico, per “la colposa condotta professionale”.
La vicenda giudiziaria si è già conclusa in sede penale, con una sentenza passata in giudicato nel 2017.
I familiari della vittima sono stati assistiti dagli avvocati Rocco Vincenti, Stefano Prontera, Silvia De Cicco e Gian Maria Iasi.
L’Asl è difesa dall’avvocato Francesco Centonze, mentre il medico dall’avvocato Giuseppe Bonsegna. Infine, l’avvocato Domenico Lenzi difende la compagnia assicurativa.
In base a quanto emerso durante le indagini, il medico, ormai in pensione, all’epoca dei fatti in servizio presso l’ex ospedale “Sambiasi” di Nardò, sottopose la paziente a una terapia farmacologica che si rivelò errata.
Il “camice bianco” prescrisse alla paziente un trattamento chemioterapico a base di mitoxantrone, per ben trentatré mesi. In particolare fu sottoposta a un totale di cinquantasette sedute tra l’agosto del 2004 e l’aprile del 2007.
E sarebbe emerso come, una corretta diagnosi differenziale, avrebbe permesso di accertare che ci si trovava dinanzi ad un “emangioma gigante”. Dunque, il trattamento chemioterapico sarebbe risultato inutile, trattandosi di una forma benigna.
La somministrazione del potente farmaco, con dosi superiori alla soglia indicata, causò un grave quadro di mielodisplasia e leucemia mieloide acuta che condusse la paziente alla morte.
La donna fu presa in cura da altri medici, presso un ospedale lombardo, ma le sue condizioni di salute risultarono ormai compromesse.





