Nelle prime ore della mattinata odierna, i Carabinieri del Comando Provinciale di Lecce, con il supporto della Compagnia di Gallipoli, dello Squadrone Eliportato Cacciatori “Puglia” e del Nucleo Cinofili, hanno dato esecuzione a tre ordinanze di custodia cautelare in carcere a Copertino. I provvedimenti, emessi dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Lecce su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, colpiscono tre persone gravemente indiziate di omicidio e tentato omicidio in concorso, aggravati dalla premeditazione e dal metodo mafioso.
L’operazione fa luce sul grave fatto di sangue che ha sconvolto la comunità locale e svela un retroscena legato a dinamiche della criminalità organizzata salentina.
I fatti: l’agguato mortale davanti al circolo “The Club”
L’indagine scaturisce dall’omicidio consumato l’11 aprile 2026 a Copertino, proprio davanti al circolo ricreativo “The Club”. La vittima, il 42enne locale Stefano Tomeo, era giunta sul posto a bordo di un’auto condotta da un amico di 56 anni. Appena sceso dal veicolo, Tomeo è stato raggiunto al petto da un colpo d’arma da fuoco che non gli ha lasciato scampo.
Subito dopo, il killer ha esploso altri due colpi contro l’autovettura nel tentativo di eliminare il conducente 56enne. Quest’ultimo è riuscito miracolosamente a salvarsi: un proiettile ha trapassato il parabrezza conficcandosi nel sedile, mentre il secondo ha impattato contro la carrozzeria. Quella che sembrava una classica esecuzione della malavita locale si è rivelata essere la tragica conclusione di un piano meticoloso.
Il Movente: dalle bollette insolute alla richiesta d’aiuto
Le complesse indagini, condotte dal Nucleo Investigativo di Lecce e dalla Compagnia di Gallipoli, hanno accertato che il reale obiettivo dei sicari non era Stefano Tomeo, bensì il 56enne rimasto incolume.
La vicenda nasce da un banale contrasto di vicinato degenerato in minacce di morte. Il 56enne aveva affittato una casa a un infermiere 53enne di Copertino. Anche dopo la fine della locazione, l’uomo pretendeva somme di denaro per presunte bollette di luce e acqua insolute e per riscuotere il denaro, il 56enne avrebbe minacciato ripetutamente e pesantemente l’inquilino. Esasperato dalle pressioni, l’infermiere ha deciso di non rivolgersi allo Stato, ma di chiedere la “protezione” di un 61enne, storico esponente della Sacra Corona Unita, già condannato all’ergastolo nel 2° Maxi Processo (ex sicario del clan De Tommasi) e in quel momento in detenzione domiciliare.
La pianificazione e l’esecuzione del delitto
La mattina dell’11 aprile si è messo in moto il piano criminale. Il 61enne, insieme a un complice di 49 anni (cognato di un ergastolano e cugino dell’infermiere con ruolo di raccordo), ha organizzato un “summit” a pochi metri dal circolo per definire gli ultimi dettagli.
L’infermiere ha quindi telefonato al 56enne attirandolo in trappola con un appuntamento. Nel frattempo, il killer 61enne ha recuperato l’arma nella propria abitazione e si è appostato in via Nino Bixio. Al momento dell’arrivo dell’auto, è scattato il fuoco, costato la vita a Stefano Tomeo.
L’azione ha evidenziato tutte le caratteristiche tipiche del metodo mafioso: premeditazione, esecuzione in pieno giorno a volto scoperto e una spietata finalità punitiva, forti del clima di assoggettamento del territorio.
I Carabinieri hanno dovuto operare in un contesto fortemente indiziato di omertà. Nonostante i colpi di pistola in pieno centro e le richieste disperate di aiuto del sopravvissuto, nessuno dei presenti ha allertato tempestivamente il 118 o le Forze dell’Ordine. Anzi, le indagini hanno portato a ulteriori provvedimenti. Il 56enne è stato enunciato in stato di libertà per tentata estorsione; il gestore del circolo “The Club”, enunciato per favoreggiamento personale per aver reso dichiarazioni reticenti, pur avendo assistito alle fasi precedenti l’omicidio e un giovane di 29 anni: Denunciato anch’egli per favoreggiamento e intralcio alle indagini.
Le intercettazioni ambientali, i tabulati telefonici e l’analisi minuziosa delle telecamere private e pubbliche lungo le vie di fuga hanno permesso ai militari di ricostruire l’itinerario del killer e blindare il quadro accusatorio della DDA.
Naturalmente, il procedimento penale si trova nella fase delle indagini preliminari e che l’eventuale responsabilità degli indagati dovrà essere accertata nel corso del processo, nel pieno rispetto del principio costituzionale della presunzione di innocenza.





