L’addio in solitudine, la triste riflessione di un operatore funebre

L’addio in solitudine dei defunti che hanno perso la vita durante la pandemia del coronavirus è qualcosa che ha scosso tutti: parenti, amici e operatori funebri, i soli rimasti accanto alle famiglie

La pandemia ha cambiato le nostre abitudini di vita, ci ha resi fragili e ancora più impauriti dinanzi alla morte. In questi giorni abbiamo raccontato la triste storia di chi nell’ultimo saluto non poteva essere accompagnato da parenti e amici, di chi ha perso un proprio caro senza poterlo vedere per l’ultima volta.

Non avevamo mai scritto, però, di quei tragici istanti visti dalla parte di chi, per professione, si occupa di chi muore e organizza l’ultimo viaggio terreno. Stiamo parlando degli operatori funebri che in questi giorni hanno messo a rischio la loro salute per svolgere un servizio essenziale.

Quando Matteo Valzano ha scritto a Leccenews24.it i suoi pensieri abbiamo ritenuto di condividerli, perchè l’addio in solitudine è qualcosa che ha scosso tutti: parenti, amici e professionisti del settore.

«Da operatore funebre, in questi giorni il mio cuore si spezza: normalmente dare l’ultimo saluto ad una persona vicina è molto difficile, ed in questi giorni lo è ancora di più. Non poter accompagnare il proprio caro in un corteo, non potergli dedicare una Santa Messa, fa male. Il nostro compito, in quanto professionisti del settore, oltre ad occuparsi del disbrigo delle pratiche, è anche quello di restare al fianco e sostenere la famiglia del defunto in un momento così delicato».

«È proprio la Fede ad insegnarci che i nostri angeli sono sempre vicini a noi, non fisicamente ma spiritualmente, e pertanto sarebbe doveroso ricordarli con la preghiera ed una degna sepoltura.

Non mi resta che sperare che tutto questo possa tornare il prima possibile alla normalità, mandando, nel frattempo, un abbraccio virtuale a tutti i colleghi che continuano a svolgere il loro lavoro nel pieno di questa struggente pandemia, anche nelle zone più a rischio».

Matteo ha voluto chiudere la sua testimonianza con un ‘pezzo’ del messaggio di Papa Francesco del 27 marzo, quando in una piazza San Pietro deserta, illuminato dalle sirene delle ambulanze e delle forze dell’Ordine, accompagnato solo dal rumore tenue della pioggia battente ha ‘invitato’ tutti i fedeli a pregare per la fine della pandemia impartendo la benedizione ‘Urbi et Orbi’ con l’indulgenza plenaria:

“Ci siamo resi conto di
trovarci sulla stessa barca.
Tutti fragili e disorientati, allo stesso tempo importanti e necessari.
Tutti chiamati a remare insieme.
Tutti bisognosi di confortarci a vicenda”.

(La foto di copertina è di repubblica.it)



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