Coronavirus: tamponi e test sierologici, la posizione dell’Ordine dei Medici di Lecce

I medici salentini ribadiscono che l’unico test diagnostico sull’infezione in atto è rappresentato dal cosiddetto ‘tampone’. I test sierologici attualmente in uso non sono ancora validati da studi indipendenti su larga scala

«I test sierologici rapidi NON possono sostituire il test molecolare basato sull’identificazione di RNA virale dai tamponi nasofaringei secondo i protocolli indicati dall’OMS, perché NON sono indicativi di una infezione acuta in atto, e quindi della presenza del virus nel paziente e del rischio associato a una sua diffusione nella collettività».

Interviene l’Ordine dei Medici della provincia di Lecce su quello che sembra ormai essere il dibattito più sentito nella società. A fronte di chi spinge per l’utilizzo massicco dei cosiddetti test rapidi, la posizione delle autorità sanitarie nazionali e regionali resta molto tiepida per non dire fredda.

Questi test, infatti, non darebbero una fotografia reale della situazione, ma soltanto un’immagine  sfuocata che rischia di creare confusione e che certamente non dà risposte decisive.

I cosiddetti “test sierologici rapidi”, sui quali sta proseguendo in questi giorni una sperimentazione validante, hanno la finalità di ricercare sul sangue intero, sul siero o sul plasma i differenti anticorpi (IgA, IgG, IgM) che si sono generati nell’organismo per contrastare gli antigeni specifici presenti sulla superficie del virus.

««Allo stato attuale della evoluzione tecnologica e delle loro prestazioni analitiche, l’utilizzazione di questi test non risulta appropriata – dicono dall’Omceo di Lecce –. Il test sierologico da solo ha una insufficiente sensibilità, specialmente nelle fasi iniziali della infezione, per cui l’individuo potrebbe risultare negativo al test sierologico ma essere contagiato e continuare a diffondere il virus nella comunità».

Ciò non significa che non bisogna proseguire nella sperimentazione ed anche nell’utilizzo di questi test, perché i risultati anche se non precisi e non scientificamente performanti, possono dare un quadro di riferimento che potrebbe essere utilissimo per l’adozione delle conseguenti politiche sanitarie da adottare. I test sierologici rapidi risultano validi, per esempio, per valutare lo stato immunitario di operatori sanitari, anche se a-sintomatici o  pauci-sintomatici, al fine di individuare chi, essendo stato a contatto con il virus ed avendo sviluppato la risposta immunologica, potrebbe essere riammesso alle attività lavorative (in questo modo si individuerebbero anche coloro che sono privi di anticorpi e quindi potenzialmente suscettibili al contagio).

Ancora, questi test potrebbero confermare la diagnosi in quei casi con manifestazioni cliniche, quadri radiologici e area di diffusione fortemente suggestivi di infezione da SARS-CoV-2 ma con tamponi dall’esito incerto o negativo.

Sarebbero utili anche per la “convalescent plasma therapy”, cioè servirebbero ad effettuare una valutazione quantitativa delle immunoglobuline nel plasma di soggetti convalescenti per selezionare eventuali donatori di plasma necessario per trasfusioni in pazienti con quadri clinici gravi e che non rispondono ad altri trattamenti.

Per non parlare poi del loro interesse nel caso in cui si volesse eseguire uno screening di un campione selezionato di popolazione finalizzato alla valutazione epidemiologica della effettiva diffusione del virus e dello stato immunitario della popolazione per prepararsi ad incerte sequele o effettuare il test per selezionare i soggetti da vaccinare quando il vaccino sarà disponibile (questa valutazione potrebbe essere utile sia nel momento di crescita esponenziale del contagio ma soprattutto alla fine della endemia).

Insomma, non c’è una preclusione verso questo sistema di rilevazione degli anticorpi la cui utilità è evidente. Ciò detto, però, va anche ribadito che per la scienza in generale ed anche per l’Ordine dei Medici di Lecce la diagnosi di infezione da SARS-CoV-2, responsabile della COVID-19, è basata esclusivamente sul rilevamento dell’acido nucleico virale nelle secrezioni respiratorie mediante il cosiddetto “tampone orofaringeo”, tampone che deve essere eseguito sulla base di protocolli specifici raccomandati dall’ Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dal Centro Europeo per il Controllo delle Malattie (ECDC).



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