L’emergenza coronavirus da schermo a schermo, parola alla psicologa Tania Sogari

Prosegue il progetto degli studenti del Liceo Palmieri. Oggi, Leccenews24.it, propone un’intervista alla psicologa e psicoterapeuta.  

D: Come si inquadra a livello psicologico il nostro stato d’animo?

R: Ci troviamo immersi in una vera e propria situazione di emergenza psicologica. Non si può parlare di un evento traumatico, perché questa situazione emotiva non è riconducibile ad un unico evento circoscritto e localizzato, né ad una paura specifica. Si tratta di una situazione evolutiva che può essere schematizzata in quattro tappe mentali presenti in tutte le emergenze: percezione della minaccia, richiesta di attivazione rapida e di decisioni immediate, sensazione pervasiva di carenza delle risorse e di impotenza e la presenza di emozioni intense e ambivalenti. La minaccia, ripetutamente riferita e ascoltata in tutti i media è però lontana e difficile da percepire. Non siamo di fronte ad un nemico da combattere, non riusciamo a localizzarlo per neutralizzarlo; ci viene chiesto non di combattere un nemico visibile, ma di non fare nulla, di rimanere fermi, immobili. L’emergenza è metaforicamente e letteralmente “nell’aria che respiriamo”. Il nemico non è la persona malata portatore del virus, essa stessa è vittima del virus. Questo complica molto le emozioni a livello psicologico.

D: Ci è stato chiesto di rimanere in casa, ma questa “sospensione della normalità, per quanto sia diventato un hashtag virale, fatica ad entrare nel modo di pensare di molti…

R: Hai detto bene, questa “sospensione della normalità” non è facile da integrare nel nostro pensiero quotidiano. Tutti ne stiamo subendo il contraccolpo sociale, emotivo, relazionale, economico e psicologico. Non abbiamo avuto tempo per elaborare questo cambiamento di vita, che in generale si sviluppa in quattro fasi: Negazione del problema; Rabbia; Tentativi di negoziazione; Accettazione e rinuncia alla ribellione.

In più il popolo italiano, ma in genere quello occidentale, non è abituato all’accettazione passiva del comando: l’antropologia culturale ce ne fornisce le prove, così come la nostra storia. Gli italiani sono abituati al confronto, al dibattito, alla democrazia, non riescono a farsi comandare come il popolo cinese. Hanno bisogno di tempo per riuscire ad analizzare un’imposizione, per raggiungere dei livelli di consapevolezza e di comprensione per accettare un divieto, una restrizione della libertà

D: Infatti nonostante i divieti, abbiamo visto che ci sono state e ci sono trasgressioni che mettono in pericolo tutti. Come le spieghi? Sempre se è possibile spiegare certi comportamenti antisociali!

R: Non sempre siamo davanti a comportamenti antisociali o irresponsabili, per quanto apparentemente possano sembrare. La risposta emotiva ad un divieto, ma anche a ciò che è sconosciuto e fa paura, genera due forme di reazioni polari e opposte. Da una parte esiste una forma di reazione di tipo “depressivo-catastrofico”, fortemente ansiogena che può portare all’amplificazione della paura, fino al panico. Questa forma di paura è bloccante, patologica e dannosa per l’individuo stesso, per la famiglia e per la società. L’altra forma di reazione è di tipo “maniacale-disorganizzata” e caratterizza tutte quelle persone che apparentemente affrontano il problema con superficialità, incoscienza e poca attenzione e che manifestano un senso di onnipotenza “reattivo” alla paura, trasgredendo le regole per negare a se stessi ciò che accade. È una reazione anche questa. Non giustifico gli atteggiamenti che oggi creano ulteriori sofferenze all’altro e alla nostra sanità. Ma queste due reazioni esistono e sussistono davanti alla paura. A volte sono presenti entrambe nella stessa persona, con oscillazione da uno stadio depressivo ad uno maniacale.

D: Puoi suggerirci qualche strategia per affrontare meglio questo momento?

R: Adattamento e resilienza davanti alle difficoltà devono dare la forza per andare avanti. Bisogna rimanere informati, ma non farsi risucchiare dalle informazioni. Non devono diventare le nostre “uniche” informazioni. Bisogna prendere tempo per pensare a quello che sta accadendo, ma bisogna anche riuscire a pensare ad altro, coltivando i nostri interessi e le nostre passioni o assaporandone di nuove. Per accettare meglio divieti e restrizione della libertà individuale bisogna credere nel gioco di squadra e partecipare. Qualche mio collega sta descrivendo questo momento critico come una guerra. A me non piace questa similitudine, che non aiuta a restare uniti e a combattere. Sono mamma di uno sportivo e mi piace definire questa battaglia come una competizione da vincere. Ci sono le regole, come in ogni gara sportiva, semplici e chiare. Bisogna seguirle senza se e senza ma, per il bene di tutti, anche se non ci piacciono.  Proviamo a percepirla come una partita. E’ un gioco di squadra che coinvolge tutti. L’obiettivo è comune.

D: Sembra strano ammetterlo, ma la scuola ci manca tanto. Meno male che c’è la didattica a distanza. Tu cosa ne pensi?

R: Siete ragazzi fortunati: la vostra scuola si è subito attivata e i docenti hanno lavorato e stanno lavorando tantissimo per non farvi mancare la loro presenza e il loro supporto. La chiusura della scuola, dopo un primo momento di euforia, vi ha lasciato un senso di vuoto e di tristezza. Il pronto avviamento della didattica a distanza ha ripristinato un senso di normalità e di continuità della “normalità sospesa”. Rivedere i vostri insegnanti, sapere che il loro interesse verso di voi e verso il lavoro da svolgere insieme continua, sentirli vicini è indispensabile. Con questo non mi riferisco alla mera didattica, perché nei momenti di difficoltà e di restrizioni il bisogno di autorealizzazione derivato dalla conoscenza diminuisce notevolmente e Maslow ce lo insegna; mi riferisco all’interesse dei docenti e alla loro vicinanza emotiva e personale. Alla loro “presenza” nelle vostre vite. L’insegnante con la didattica a distanza entra nelle vostre case e questo, a livello simbolico, in questo momento, significa tanto. Soprattutto oggi che queste case sono chiuse.  L’insegnante può entrare, come educatore, non solo come trasmettitore di saperi, ma come seme per il futuro in un presente così difficile.

D: Vi state accorgendo allora di quanto sia difficile per noi?

R: Certo che ce ne stiamo accorgendo! I ragazzi stanno pagando un prezzo molto alto. Restare a casa non è facile per voi. Soprattutto per voi adolescenti. Proprio nella primavera della vita la società vi ha messo in letargo! Per un adolescente poi, stare a casa significa spesso stare chiuso in una stanza, ancora peggio. A voi ragazzi è stato tolto tanto, vi è stato detto che forse non vi ammalerete, ma anche che siete portatori e conduttori del virus e vi è stato imposto di rinunciare a tutto: uscite, amici, amori, flirt, sport, danza, feste, gite scolastiche… vi è stata tolta la libertà, a voi tanto cara in questo particolare momento della vita. Vi è stata tolta la scuola, quella del calore dell’incontro, delle mura nelle quali identificate la vostra appartenenza, quelle chiacchiere all’ingresso o nei corridoi. Vi è stata tolta l’attesa dell’intervallo per uno sguardo o una confidenza. Vi stiamo costringendo davanti al computer che abbiamo noi stessi criticato. Vi stiamo costringendo a vivere in quella famiglia alla quale, per natura, adesso, vorreste ribellarvi. È davvero un grande sforzo per voi, uno sforzo di autocontrollo e responsabilità. Vi stiamo chiedendo di essere adulti, migliori degli adulti.

D: Quali sono i rischi psicologici per noi ragazzi? Ci sono degli indicatori del disagio?

R: Il segnale più rappresentativo di un disagio è l’isolamento nell’isolamento. Mi riferisco ad una forma patologica di amplificazione della chiusura, con conseguente perdita del contatto con l’altro, anche se solo telefonico o virtuale, che può portare ad un graduale distacco dalla realtà o a forme patologiche di evitamento. Ci aspettiamo che forme di ansia o di fobia possano insorgere. Inoltre, si potrebbero slatentizzare patologie depressive e disturbi dell’alimentazione: la bulimia, dettata apparentemente dalla noia o la “fame nervosa”, patologie nelle quali il cibo viene utilizzato per riempire un vuoto interiore o sociale, o anche l’anoressia, l’onnipotente controllo sul cibo che potrebbe sostituire il senso di impotenza.

D: È proprio così che ci sentiamo. Impotenti. Eppure la nostra vita va avanti. Cosa possiamo prendere di buono da tutto questo?

R: È possibile che un’esperienza dura come quella che stiamo vivendo ci porti a riflettere sull’importanza della vita, della famiglia, del tempo. Un tempo che va utilizzato e vissuto, non sprecato, ma valorizzato per accrescere il nostro Io e il vero contatto con gli altri, sano e profondo. Dobbiamo riscoprire il significato delle parole, degli abbracci, delle carezze, delle relazioni importanti. La famiglia può e deve fare molto, ritrovando in sé la forza dei legami. La famiglia ristretta, ma anche quella allargata, i nonni, i cugini, gli zii che oggi non possiamo vedere o abbracciare e gli amici, quelli veri, che ci sono vicini con una parola di conforto o di gioco. Siamo tutti uniti in questa partita da vincere insieme, alla scoperta del valore più grande: la VITA.

 



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