Di Maria Teresa Giaffreda
Accade ogni inverno a ricordarci quanto il freddo sia feroce e impietoso e, preciso e solerte, non risparmi mai quelle persone che proprio il freddo può uccidere. Uomini invisibili, coloro che trascorrono le loro giornate, ma soprattutto le loro notti per strada, dove quella strada può diventare un cimitero di corpi che in modo discreto hanno chiesto aiuto, un aiuto che però troppo spesso è stato ignorato, laddove il disinteresse e l’apatia sociale prendono il sopravvento e si trasformano in indifferenza.
Accade anche a Lecce, pochi giorni fa e a due anni da un episodio simile, dove un senzatetto muore sotto la pensilina della fermata del bus in quello che era diventato il suo rifugio, un rifugio che non è stato sufficiente a preservare la sua vita e così un uomo marocchino di 37 anni ha abbandonato questa Terra nella maniera forse peggiore in cui si possa morire, quella che racchiude il gelo delle temperature, ma soprattutto quello dell’indifferenza.
La nostra cultura ci ha sicuramente abituati alla stratificazione sociale e a vari livelli di ricchezza e povertà, ma al di là del credo politico e religioso, la morte dei senzatetto, a causa delle rigide temperature, lascia sempre un gelo collettivo, esattamente come quel gelo che sopprime e uccide.
Sgomento dalla Caritas e dal mondo della Chiesa dove il monsignor Seccia, arcivescovo di Lecce, punta il dito sui quei cuori induriti dall’indifferenza che girano la faccia dall’altra parte e vedono i poveri solo come un fastidio.
La croce rossa, nei giorni scorsi, aveva invece portato un sacco a pelo al 37enne marocchino, che lo aveva però rifiutato suggerendo di darlo a chi ne aveva davvero bisogno. Un gesto altruista e generoso che dimostra la dignità di questi uomini invisibili e quanto non vogliano rappresentare un peso per la società.
Una società che di fatto ha però fallito, perché quando un uomo muore per strada per il freddo della notte dovremmo tutti vergognarci un pò.






