Il soldato Vlad. La psicologia di un capo di guerra con la sindrome dell’assedio

La storia personale di Putin e il suo profilo psicologico sono alla base della scelta di muovere guerra all’Ucraina. Dal KGB ad oggi era solo questione di tempo.

Tutto ciò che viene da ovest per Vladimir Putin è male, è pericolo, è nemico.
La madre rimase invalida e il fratello morì in quello che tutti ricordano come l’assedio di Leningrado. Egli nacque nel 1952, qualche anno dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, e crebbe con i segni sul corpo e nell’anima di ciò che fece al suo popolo la Germania nazista.
Nella sua mente ciò che viene dall’Europa centrale non è mai cosa buona. Figuriamoci cosa può scatenare in lui vedere una ex repubblica sovietica gravitare in area filo-occidentale.
Ma c’è di più. Vladimir Putin è un uomo d’armi, non un politico. Fino a qualche anno fa andava in giro, per ragioni professionali, con la pistola nella tasca della giacca, facendo cose che solo i servizi segreti possono comprendere.
Da tenente colonnello del KGB ha lavorato a Dresda in Germania, nel cuore dell’Europa, e il suo lavoro non era quello di portare fiori alle anziane signore della città.
Ma con lui di fiori sì che ne sono stati portati, sulle tombe di tanti uomini e donne, evidentemente sfortunati a trovarsi sulla linea di tiro della sua vita.
Putin è un soldato, in altre parole si potrebbe dire che egli sa fare bene soltanto la guerra. Il fatto che molti lo scoprano solo adesso lo possiamo capire. Ciò che non capiamo è come possano aver fatto finta di niente per 20 anni quelli che invece lo conoscevano bene già da molto tempo. Il tempo sì, il tempo, che tra gli uomini d’armi è il miglior alleato per diventare definitivamente un implacabile capo guerriero.