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Strage di Ustica. L’ultimo volo del DC-9 Itavia inabissato in mare insieme alla verità

Nessuno è riuscito a ricostruire l'ultimo drammatico volo del DC-9 dell'Itavia, partito da Bologna e diretto a Palermo. L’aereo di linea precipitò in mare mentre sorvolava le isole di Ponza e di Ustica. Nel disastro persero la vita 81 persone.

by Marianna Merola
27 Giugno 2026 14:14
in Attualità
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È passata alla storia come la «Strage di Ustica», ma solo per una tragica “coincidenza” geografica. Il 27 giugno 1980, quando mancava meno di un minuto alle 21.00, un aereo di linea decollato con due ore di ritardo dall’Aeroporto «Guglielmo Marconi» di Bologna e diretto a Palermo scomparve improvvisamente nel cielo, tra le isole di Ponza e Ustica. Nessun allarme. Nessuna richiesta di aiuto. Nessun “Mayday”. Soltanto il silenzio. È quello specchio di acqua nel mar Tirreno che ha dato il nome ad una delle più grandi tragedie dell’aviazione civile italiana.

La notte in cui il DC-9 scomparve nel nulla

Il 27 giugno 1980 sembrava una giornata qualunque. Quando finalmente il DC-9 della compagnia italiana lasciò la pista del “Guglielmo Marconi”,  nessuno immaginava che quel ritardo sarebbe diventato uno degli elementi più discussi della vicenda. Per una tragica coincidenza, infatti, proprio quei 113 minuti accumulati avrebbero collocato l’aereo in un tratto di cielo destinato a trasformarsi, secondo alcune ricostruzioni investigative, in uno dei più grandi misteri dell’aviazione civile europea.

Gli ultimi minuti del volo Itavia 870

L’ultimo contatto radio tra il velivolo ed il controllore era avvenuto delle 20.58. L’atterraggio è stimato alle 21.13. I due assistenti di volo, probabilmente, stanno distribuendo ai passeggeri le caramelle gommose utili ad attutire quel fastidioso fenomeno che durante la discesa finale ti tappa le orecchie. Una delle tante piccole attenzioni verso i passeggeri che distinguevano la compagnia Itavia dal suo rivale. L’ultima “battuta” registrata dai radar è sul mar Tirreno, a nord dell’isola di Ustica, nel punto “Condor” delle carte aeronautiche.

La chiamata di rito alle 21.04 per l’autorizzazione di inizio discesa su Palermo, dove era previsto arrivasse alle 21:13, fu senza risposta. Ci riprovarono una, due, tre volte… sia dalla Torre di controllo dell’aeroporto, sia da altri due voli dell’Air Malta che seguivano la stessa rotta… Silenzio. Nello scalo siciliano di Punta Raisi, intanto, i familiari dei passeggeri iniziano un’attesa che sarà infinita e si rivelerà, purtroppo, anche vana.

Alle 21.55, l’aereo risultava “disperso”, sparito nel nulla, mentre si iniziava a profilare l’ipotesi di un incidente. Per tutta la notte elicotteri, aerei e navi perlustrarono la zona e solo alle prime luci dell’alba una chiazza oleosa e i primi relitti restituiti dalla profondità del mare hanno permesso di capire cosa fosse successo in quei minuti: il velivolo era precipitato in mare alle 20.59.45″ portando con sé tutta una serie di interrogativi che non hanno mai trovato risposta.

Il bilancio è tristissimo: nessun superstite, nessun sopravvissuto. La conta delle vittime arrivò fino ad 81: 77 passeggeri, tutti di nazionalità italiana, più 4 membri dell’equipaggio. Tredici i bambini a bordo: il più giovane, Giuseppe, aveva solo un anno. Paolo, 71enne, era il più anziano. Persone normali la cui unica colpa era stata quella di salire sull’aereo diventando così, loro malgrado, i protagonisti di una tragedia dai contorni mai chiariti, ancora oggi senza colpevoli. Riaffioreranno dal Tirreno solo 42 corpi, su 81. Quelli non restituiti immediatamente dal mare non verranno più ritrovati. Mai più.

Strage di Ustica, che cosa è accaduto realmente?

Recuperare il relitto era l’unico modo per cercare la verità. A quel punto solo i detriti dell’aereo potevano aiutare a far luce sulla vicenda, ma recuperarlo dalla profondità di oltre 3mila e 500 metri in cui si era inabissato sembra quasi “impossibile”. Solo molto tempo dopo, in due distinte operazioni nel 1987 e nel 1991, tutti i tasselli del puzzle vennero messi al loro posto, ma mancava sempre qualcosa, sempre. Il DC-9 dell’Itavia è stato ricostruito pezzo per pezzo in un hangar dell’aeroporto militare di Pratica di Mare. Mettendo insieme i resti riportati a galla per tentare di ricostruire quella notte, apparentemente tranquilla, di giugno.

Tante le ipotesi paventate per spiegare la strage di Ustica, almeno quattro le principali: forse l’origine del disastro doveva essere cercata in un cedimento strutturale, ma le prime perizie avevano permesso di chiarire che l’aereo non aveva alcun problema tecnico. La compagnia Itavia non aveva fatto volare un “aerei carretta”, come era stata accusata. L’altra ipotesi parlava di una bomba piazzata a bordo. Anche questa smentita da ciò che rimaneva del DC-9 Itavia.

E allora? Forse era precipitato dopo essere entrato in collisione (o in semicollisione) con un altro aereo in volo. Secondo questa ricostruzione, il DC-9 si sarebbe trovato nel mezzo di una battaglia ad altissima velocità. Un caccia militare, nel tentativo di sfuggire ai radar o di attaccare un obiettivo, sarebbe passato a pochissimi metri dall’aereo civile. Oppure l’aereo era stato abbattuto da un missile aria-aria sparato da un aereo militare? Un caccia militare avrebbe lanciato un missile per colpire un bersaglio nemico, centrando per errore l’ Itavia.

Le ultime parole prima del disastro

  • “È caduto un Dc9 lungo la rotta che porta da Bologna-Palermo”.
  • “A lei chi gliel’ha detto che è caduto?”.
  • “Guardi, questo qui doveva atterrare già alle 9.13 su Palermo”.
  • “Ma chi gliel’ha detto che è caduto? “Io penso che sia caduto”.

È la telefonata drammatica, qualche minuto prima delle 21.30, tra Giovanni Smelzo, tenente del soccorso aeronautico di Martina Franca che si accorge dell’incidente e il maresciallo Antonio Berardi, di turno allo Stato maggiore di Roma.

Inizia con queste parole una tragedia senza colpevoli. Anzi, il disastro è legato ad un «gua» pronunciato da uno dei piloti, rimasto per anni uno dei tanti fatti inspiegabili. Quando la traccia incisa nel Cockpit Voice Recorder (la seconda scatola nera che ‘ascolta’ le comunicazioni tra i piloti e quelle terra-bordo-terra) è stata ripulita, la verità, almeno quella è venuta a galla. Proprio nel momento in cui la registrazione sta per interrompersi bruscamente, viene pronuncia la frase «Guarda cos’è?». Prima di quella frase, il dialogo tra il comandante Domenico Gatti e il primo ufficiale Enzo Fontana era stato tranquillo. Che cosa è apparso allo sguardo dei piloti del DC9 prima di morire?

Le morti ‘sospette’

È difficile riassumere anni e anni di ricostruzioni, di depistaggi, di verità accertate o cadute nel vuoto, di ipotesi. È difficile costruire certezze sui tanti «non ricordo» che hanno rappresentato un mistero nel mistero. È difficile non pensare alle morti “sospette” che l’opinione pubblica e alcune ricostruzioni giornalistiche hanno legato alla strage di Ustica. Nella maggior parte dei casi, non è mai stato accertato un collegamento giudiziario diretto.

«La maggior parte dei decessi che molti hanno definito sospetti, di sospetto non hanno alcunché. Nei casi che restano si dovrà approfondire […] giacché appare sufficientemente certo che coloro che sono morti erano a conoscenza di qualcosa che non è stato mai ufficialmente rivelato e da questo peso sono rimasti schiacciati.»

(Ordinanza-sentenza Priore, capo 4, pag. 4674)

Un’ombra di mistero, mai chiarita, resta sulla storia del maresciallo Franco Parisi trovato impiccato ad un albero in una campagna di sua proprietà alla periferia di Lecce, il 21 dicembre 1995.

Il sottufficiale dell’Aeronautica militare prestava servizio nella base radar di Otranto, ma quella notte del 27 giugno 1980, non era in servizio. Era ‘presente’, invece, la mattina del 18 luglio 1980, quando sui Monti della Sila (Calabria) vennero ritrovati i resti di un aereo di fabbricazione sovietica – un MiG-23MS – ma di appartenenza libica. Non venne mai stabilito con esattezza quando cadde realmente l’aereo, forse per mancanza di benzina. Dall’autopsia sul pilota risultò che probabilmente era morto almeno 15 giorni prima. Parisi fu interrogato per dodici ore dal giudice Rosario Priore, ma la sua versione su quella notte non convinse del tutto. Per questo fu convocato a Roma, ma a Piazzale Clodio, dove era fissato l’incontro, non arrivò mai. Si era tolto la vita qualche giorno dopo aver ricevuto la convocazione. Qualcuno dice da quando fu ascoltato “non era più un uomo tranquillo”.

C’è anche un altro giallo, un’altra morte sospetta che non entrò a far parte delle pagine dell’inchiesta strage del Dc9. Quella del maresciallo dell’Arma azzurra, Antonio che prestava servizio nella base aerea di Otranto, ma non al radar. Le lancette dell’orologio avevano da poco segnato le 14.00 del 13 novembre 1992 quando a pochi chilometri dalla base, sulla provinciale Minervino-Palmariggi, il maresciallo perse il controllo della sua Renault 9. La macchina uscì fuori strada e andò a sbattere contro un ulivo. Una “tragedia” disse la famiglia, ma qualcosa in quell’incidente, archiviato come tale, non ha mai convinto.

Il maresciallo è stato descritto da amici e colleghi come una persona tranquilla, “molto prudente” che non superava mai gli ottanta all’ora. Di solito non andava a lavoro in macchina, ma quel giorno sì. Non solo, la Renault non fu mai controllata né fu eseguita un’autopsia per stabilire se prima dell’impatto l’uomo avesse avuto un malore.

La strage di Ustica è un mistero che da anni si sta cercando di ricostruire. Non tanto per una disperata ricerca della verità, quanto per la doverosa necessità di dare finalmente giustizia a quelle 81 persone che, per puro caso, erano su quel volo. C’erano famiglie che tornavano a casa, lavoratori, studenti, persone in viaggio per le vacanze. Persone comuni che non avrebbero mai immaginato di entrare nella storia d’Italia nel modo più drammatico possibile. Per questo è inaccettabile che la verità si sia inabissata, in fondo al mare, insieme a quell’aereo.

Per questo motivo, resta una domanda che continua a pesare sulla coscienza del Paese: che cosa è accaduto realmente quel giorno? Fino a quando questa risposta non arriverà, la Strage di Ustica resterà molto più di un incidente aereo, uno dei capitoli più dolorosi della storia italiana. Sarà il simbolo di una verità cercata per decenni e mai completamente raggiunta.

E finché resterà senza risposta la domanda che accompagna quella notte del 27 giugno 1980 — “che cosa accadde davvero nei cieli sopra Ustica?” — quella tragedia continuerà a interrogare la coscienza dell’Italia intera.

Tags: una-data-una-storia
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