Violenze a Santa Maria Capua Vetere, la Camera Penale di Lecce invita ad una riflessione sull’idea di Carcere

Per la Camera penale di Lecce è necessaria una profonda riflessione sulla cultura della legalità e sulla necessità di una rivisitazione del concetto di espiazione della pena

Carcere

«Il garantismo, nella sua massima espressione del principio di non colpevolezza, è un capo saldo di ogni Stato democratico e della nostra Costituzione. In ogni procedimento ed in ogni processo la presunzione di innocenza, sostanziale e non formale, deve guidare l’orientamento di opinione di ogni operatore del diritto nella speranza e nella convinzione che ciò possa contribuire a rafforzare la base culturale di ogni cittadino. Il garantismo non può essere invocato solo ed esclusivamente a scopo di solidarietà corporativistica, di affinità politica, di colleganza, né può essere sostenuto nei confronti di alcune fattispecie penali anziché altre, chiunque sia l’imputato e la parte offesa. La diffusione di notizie di cronaca giudiziaria e l’informazione anche su fatti gravissimi, oggetto di procedimento penale, non può e non deve scalfire l’idea della presunzione di innocenza di ogni persona che ne è coinvolta». Inizia con queste parole la lunga nota della Camera Penale di Lecce per ricordare che i principi valgono sempre, anche quando a finire sotto i riflettori è la notizia dei fatti accaduti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile 2020, quando per spegnere la protesta dei detenuti che chiedevano mascherine e igienizzanti per ridurre il rischio di diffusione del Coronavirus nella struttura, come era accaduto in altre carceri, sarebbe stata usata la violenza.

«I principi sopra richiamati – si legge – non possono retrocedere neanche davanti a gravissime ipotesi di reato come quelle relative ai presunti fatti di torture, lesioni, pestaggi ed umiliazione di cui sono accusati agenti e ufficiali di Polizia Penitenziaria; per le stesse vicende di fatti gravissimi, quali ipotesi di falso, calunnia, frode processuale, sono accusati anche funzionari quali il provveditore della Campania. Nonostante l’applicazione di misure cautelari ed interdittive nei confronti di operatori penitenziari e funzionari e le molteplici contestazioni di reati gravissimi, pertanto, non si può che ribadire la necessità di attendere serenamente l’accertamento giurisdizionale delle ipotesi di reato attraverso processi equi lontani dall’ombra del giustizialismo».

C’è anche un altro invito, quello alla riflessione sull’idea di carcere, sul rapporto tra reato e pena e sulla riorganizzazione concettuale delle strutture detentive, che deve passare anche per una diversa e più qualificata formazione culturale degli Operatori penitenziari, dei funzionari e delle figure apicali, oltre che per la eliminazione dell’endemico problema del sovraffollamento tramite l’ampliamento del ricorso a misure alternative.

«Fatti come quelli accaduti a Santa Maria Capua Vetere, se accertati, annientano ogni speranza di affermazione della cultura della legalità e della supremazia dello Stato di Diritto che sono gli unici baluardi contro la deriva culturale dettata dal populismo penale e dal giustizialismo, con tutto il retaggio di incultura che tali tendenze si trascinano.
Ogni tentativo di affermazione della legalità diffusa, dei principi della Costituzione, della Carta Europea dei diritti dell’Uomo – specie nelle espressioni inerenti la funzione rieducativa della pena e la sua umanità – rimane astratto se non è percepito veramente nei luoghi deputati alla espiazione e fin tanto esisteranno luoghi di carcerazione dove si pratica la sopraffazione, la violenza, il disprezzo per la dignità del detenuto e la punizione corporale.»

«Il carcere – continua la nota – dovrebbe essere il luogo di devozione assoluta al diritto ed alla legalità per garantire sicurezza sociale attraverso una giustificazione pienamente consapevole e condivisibile della limitazione della libertà personale. Ogni uomo di legge, sia esso avvocato o magistrato, e ogni uomo che veste una divisa dello Stato ha la grande responsabilità di rappresentare esempio di legalità e di accettazione delle regole sulle quali si fonda l’dea comune di Stato di Diritto».

Insomma, per la Camera penale di Lecce è necessaria una profonda riflessione sulla cultura della legalità negli istituti di pena, e sulla necessità di una completa rivisitazione del concetto di espiazione della pena, che garantisca un miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro di detenuti e operatori penitenziari.



In questo articolo: