Affaire Xylella: ecco le tappe ed i protagonisti di un anno e mezzo d’indagini

L’indagine fu iniziata dal procuratore aggiunto Elsa Valeria Mignone, assieme alla collega Roberta Licci, che aprì un fascicolo contro ignoti, con l’accusa di ‘diffusione di malattie delle piante’.

Un'inchiesta che ha rivoluzionato ogni scenario ed è destinata a sovvertire il quadro attuale delle iniziative volte a risolvere il problema del dissecamento degli ulivi. Chiusa nelle scorse ore con l'avviso notificato a dieci indagati, dopo numerosi ascolti di esperti del settore, dirigenti e funzionari, l'indagine sulla "Xylella fastidiosa" che ha messo in evidenza le contraddizioni e probabilmente l'inutilità del tanto conclamato "Piano Silletti" che prevedeva, come è noto, l'eradicazione degli alberi infetti e scoperchiato un presunto sistema di malaffare, intorno ai nostri ulivi.

L'indagine iniziata dal procuratore aggiunto Elsa Valeria Mignone, assieme alla collega Roberta Licci, che aprì un fascicolo contro ignoti, con l'accusa di "diffusione di malattie delle piante", (in base a quanto espresso dall'articolo 501 del codice penale), avvalendosi del prezioso apporto degli uomini del nucleo investigativo di polizia forestale di Lecce e di tre consulenti, il professore Giuseppe Surico, il ricercatore Francesco Ranaldi dell’Università di Firenze e l’agronomo Dario De Giorgi.

Parallelamente si cominciò ad indagare, dal marzo scorso, sul corso di formazione organizzato dall'Istituto Agronomico Mediterraneo, tenutosi a Bari nell'ottobre 2010  e rivolto ad operatori che lavorano nel settore della quarantena, durante il quale agronomi e biologi di fama mondiale affrontarono le problematiche legate alla malattia delle piante, causata dal batterio Xylella. In relazione a questo workshop, vennero presentati in Procura tre esposti di associazioni ambientaliste che avanzavano delle perplessità sul fatto che successivamente ad esso, tra i vari obiettivi che esso si poneva anche quello di creare nuove figure professionali in grado di combattere certi "nemici" delle piante, si diffondeva il batterio Xylella.

L'Istituto Agronomico Mediterraneo, però, in una nota ufficiale ha declinato ogni responsabilità affermando che la sua introduzione in Puglia, in occasione del corso, fu autorizzata dal Ministero dell'Agricoltura e che i campioni di Xylella, peraltro di una specie diversa da quella diffusasi nel Salento, furono distrutti appena terminato il workshop.

Intanto, nella stessa giornata, c'era stato un nuovo blitz investigativo a Bari; gli agenti del Corpo Forestale e la Guardia di Finanza si sono presentati negli uffici dell’Osservatorio Fitosanitario regionale ed hanno acquisito una copia della documentazione di ciascun ceppo, "presumibilmente" infestato dalla Xylella sul territorio. Gli investigatori intendevano accertare quale grado di diffusione avesse raggiunto il batterio e quali piante, oltre all’ulivo, avesse potuto intaccare.

Seguirono, in Procura, una serie di incontri e consultazioni, con esponenti di associazioni ambientaliste ed esperti del settore agricolo, come il dr. Franco Trinca dell'Associazione NOGM di Perugia. Quest'ultimo aveva presentato una denuncia presso la Procura di Lecce e diverse diffide in altre sedi, in merito all'avvio delle operazioni di eradicazione degli ulivi, "presumibilmente" infetti da Xylella ed al massiccio utilizzo di pesticidi. Il dr. Trinca metteva in evidenza come la Xylella Fastidiosa non sia il patogeno determinante per il complesso del disseccamento rapido dell'ulivo (CO.DI.RO). Anzitutto perché il ceppo salentino appartiene alla sub specie Pauca che non attacca questa pianta, ma soltanto gli alberi di arance e le piantine di caffè (come avviene nel continente americano).Dunque, secondo l'associazione NOGM, la malattia degli ulivi salentini  sarebbe ricollegabile ad un attacco fungino, (come testimonierebbero l'imbrunimento interno e la presenza nel tronco, dell'insetto "rodilegno").

Ben presto, i magistrati allargarono l'inchiesta, inaugurando un nuovo filone d'indagine che intendeva accertare se esistesse una relazione tra Xylella Fastidiosa e la "lebbra dell'ulivo", una malattia delle piante diffusasi nel territorio salentino, nell'arco di tempo compreso tra il 2009 e 2010. La Procura di Lecce cercava di capire, se gli enti competenti, fossero intervenuti con ritardo nelle azioni di contrasto alla diffusione di questa "morìa di ulivi". La singolare forma di "lebbra" si sarebbe diffusa in quella fascia territoriale del Basso Salento, tra Taviano e Gallipoli, dove si sono sviluppati i primi focolai di Xylella; questa "emergenza " sarebbe stata affrontata dalla Regione Puglia, attraverso una specifica determina.

Inoltre, andrebbe fatta un'altra considerazione: l'Efsa (l’Autorità europea per la sicurezza alimentare) ha sempre sottolineato, nell'ambito dei suoi autorevoli studi, che il batterio della Xylella fastidiosa attecchisce solo in presenza di un albero di ulivo "malato". Gli inquirenti  si erano recati a Parma nella sede dell’Efsa (l’Autorità europea per la sicurezza alimentare) che aveva emesso un proprio parere sulla Xylella. “Non esiste al momento alcuna evidenza scientifica che comprovi l’indicazione che alcuni funghi, piuttosto che il batterio Xylella fastidiosa, siano la causa primaria della sindrome del disseccamento rapido degli ulivi osservata in Puglia”. I magistrati inquirenti hanno incaricato il "nucleo investigativo provinciale di polizia ambientale della forestale" (Nipaf) di accertare quali fossero le aree in cui furono autorizzate le cure, per debellare questa malattia.

Dalla testimonianza del professore di un liceo del Basso Salento, sarebbe emersa un'interessante circostanza. L'uomo ha difatti riferito di avere avvistato nel 2010, in prossimità di alcuni oliveti, dei cartelli, tra Taviano e Gallipoli che" avvisavano" della presenza della "lebbra dell'Ulivo" e indicavano le cure da adottare. Gli investigatori, dopo avere eseguito gli opportuni accertamenti, risalirono ad un determina della Regione a Puglia del 10 marzo 2010. Il documento intitolato "Indicazioni delle strategie di controllo da adottare per contenere le infezioni della lebbra delle olive" era a firma dei dirigenti dell'Ufficio Osservatorio Fitosatario e del Servizio Agricoltura e furono fornite alcune indicazioni agronomiche e chimiche per fronteggiare "l'emergenza". Fu disposta una nuova consulenza affidata agli esperti Dario Rinaldi e Francesco Surico, docenti di Batteriologia dell'Università di Firenze e l'agronomo Dario De Giorgi che poi depositata negli uffici della Procura.

L'inchiesta ha poi accertato il ricorso a sistemi di coltivazione superintensiva e introduzione di nuove coltivazioni d’olivo, approvato nell’ottobre del 2013 su cui le indagini sono ancora in corso.
La polizia giudiziaria, inoltre, apprese da alcuni agricoltori, verso la fine del 2009, che in alcuni oliveti nei comuni di Gallipoli, Racale, Alezio, Taviano e Parabita erano stati notati strani fenomeni di essiccamento anomalo di alberi di ulivo. Nello stesso periodo era stato avviato il progetto “Olviva” e si tennero convegni sul tema del disseccamento degli olivi per la formazione di personale qualificato al trattamento della Xylella”.

Intanto, entro dieci giorni, il gip Alcide Maritati dovrebbe esprimersi sulla convalida dell'ordinanza.

Queste le tappe dell'inchiesta, ma altri dettagli verranno forniti al termine della conferenza stampa  in Procura. 



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