73enne morta per cure inadeguate dopo aver contratto il Covid? Al via gli accertamenti dell’inchiesta con 22 indagati

L’incarico per far luce sul decesso di una 73enne è stato conferito al medico legale Roberto Vaglio, affiancato dallo psichiatra Domenico Suma.

Al via gli accertamenti medico legali per far luce sul decesso di una 73enne e verificare se le cause della morte siano legate al Covid19 o dovute ad omissioni da parte del personale medico. L’incarico è stato conferito, dal pm Luigi Mastroniani, al medico legale Roberto Vaglio, affiancato dallo psichiatra Domenico Suma. Gli accertamenti peritali inizieranno il 31 marzo.

Nelle scorse ore sono stati iscritti nel registro degli indagati i nominativi di 22 persone, tra medici e paramedici che hanno avuto in cura A. M. 73enne di Ruffano, per l’ipotesi di reato di responsabilità medica in ambito sanitario.

Gli indagati, assistiti tra gli altri dagli avvocati Giovanni Bellisario, Ester Nemola e Dario Congedo hanno nominato i propri consulenti tecnici di parte. Stesso discorso per i familiari della vittima, assistiti dagli avvocati Alvaro e Antonio Storella e dall’avvocato Salvatore Abate.

Il medico legale Roberto Vaglio non effettuerà l’autopsia, ma una serie di accertamenti medico legali per verificare eventuali responsabilità del personale medico e paramedico. In particolare, il medico legale dovrà accertare quali effetti siano derivati dalla mancata somministrazione della terapia medica che la paziente assumeva dal 1980. E poi, il consulente dovrà esaminare anche le conversazioni telefoniche dei familiari della signora deceduta con il personale medico per individuare eventuali profili di responsabilità.

L’inchiesta ha preso il via a seguito della denuncia presentata dai figli della vittima. Nell’atto viene ricostruita la vicenda. Nel tardo pomeriggio del 27 ottobre, a causa di una serie di sintomi, tra cui la difficoltà di deglutizione, veniva richiesto l’intervento del 118 per la signora A.M. Dopo l’iniziale accettazione presso il DEA e l’esito positivo del tampone eseguito a domicilio, la donna veniva ricoverata presso il reparto Malattie Infettive del Fazzi.

Anche il figlio risultava positivo al tampone Covid19 e chiedeva, invano, di poter essere ricoverato insieme a lei e poterla assistere per la nota patologia da “sindrome dissociativa schizo-affettiva” risalente al 1980. La donna era invalida civile al 100% con indennità di accompagnamento ed in cura con farmaci neurolettici. Da quella data, i familiari non avrebbero più avuto alcun contatto diretto con la madre.

In data 2 novembre, A.M. è deceduta e solo in data 28 dicembre i figli hanno ottenuto copia della cartella clinica.

Sarebbe emerso, a detta dei denuncianti, che la terapia salvavita psicofarmacologica non le veniva somministrata. Dalla medesima cartella clinica sarebbe venuto a galla come la donna fosse morta per polmonite a focolai multipli da Sars Cov-2 con insufficienza respiratoria. Vi sarebbero, per i familiari della donna, alcune incongruenze: il personale medico aveva sempre confermato che il Covid-19 non rappresentava il problema perché a quello la paziente stava reagendo bene. In definitiva, la omessa somministrazione dei farmaci è avvenuta per entrambe le patologie da cui era affetta e cioè sia per la sindrome schizo-affettiva trattata con neurolettici e sia per la pregressa embolia in trattamento con anticoagulanti e diuretici.



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