Vita mia, il labirinto epifanico di Edoardo Winspeare

L’ultimo film del regista salentino è anche la sua opera migliore. Tra colpi di regia d’autore, scrittura potente e interpretazioni coraggiose Winspeare dimostra di aver raggiunto il suo paradiso artistico

Si può vivere di ricordi? Si può fare a meno dei lagami familiari? Sono le domande che ci siamo fatte mentre eravamo alla prima leccese di Vita mia, l’ultimo film, probabilmente il più bello, di Edoardo Winspeare.

Il regista salentino attraverso l’amicizia tra due donne di età diversa, ma con sentimenti in comune, tenta di trovare un punto di contatto tra la solitudine, le angosce di eventi dolorosi, e una possibilità di riconciliazione. Lo fa ripartendo dal Sud, dalla sua famiglia, dalla sua casa e lo fa con un prodotto ad alto impatto cinematografico, consapevole di quella graduale digradazione di certezze che solo il Cinema d’autore può assicurare.

Magnifiche le due protagoniste, la duchessa e la badante 3.0, la signora e la sua accompagnatrice. Nasce un’amicizia fatta di fiducia, rispetto e tanto coraggio, nasce un film che genera ottimismo, fede, speranza, a metà strada tra passato e presente, tra Salento e Ungheria, tra eleganza aristocratica e ruralità.

Vita mia è una caldera di emozioni, che tracimano nella scena finale, quando lo spettatore scopre che la verità non è mai semplice e quasi sempre fa soffrire.

Lungo il sentiero disegnato dalla scrittura dello sceneggiatore Alessandro Valenti c’è Dominique Sanda, sontuosa interprete di consolidato palmares cinematografico, c’è la strepitosa Celeste Casciaro nel ruolo più complicato del film, c’è Ninni Bruschetta nella parte di un avvocatucolo e amante di professione, ci sono tanti altri volti cari al regista Edoardo Winspeare, frutti maturi di questa terra, da Barbara De Matteis ad Ippolito Chiarello.

A 30 anni dall’uscita nelle sale di Pizzicata, Winspeare ricrea il suo favoloso mondo archetipico, il labirinto epifanico della sua vita, le atmosfere di un sud a volte prodigo a volte prigioniero della sua ingenerosità verso i suoi figli più meritevoli.

Vita mia si concede alla seduzione dello sguardo con un movimento di macchina spaesato nelle stanze di un ospedale, che ci ha molto impressionato, come ci ha impressionato la sequenza di scene girate in Transilvania, nella reunion di famiglia della Duchessa Didi (una sala illuminata da luci di candela che sembrano riemergere direttamente dalle profondità kubrickiane di Barry Lyndon).

E poi il colpo da maestro che suggella la dolcezza struggente del film: la carrellata all’indietro che incornicia la scena finale.

Ed è qui, ora, che possono partire gli applausi.