Il 25 marzo non è una data qualunque. È il Dantedì, la giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri che, con la sua Divina Commedia, ci ha regalato non solo parole immortali, ma uno specchio che riflette tutte le sfumature dell’anima umana. Questo giorno di primavera non è stato scelto a caso: secondo la tradizione, nel lontano 1300, il Sommo Poeta si smarrì nella selva oscura, dando inizio al viaggio più bello e emozionante della letteratura mondiale: la Divina Commedia. Un cammino che profuma di antico e di eterno.
Non fa rumore, il Dantedì. Non ha la leggerezza delle feste, né l’enfasi delle grandi celebrazioni organizzate in pompa magna. È un invito silenzioso e profondo a riscoprire la bellezza delle parole, anche quelle che sembrano lontane, chiuse nei libri. È una occasione per intraprendere quel viaggio. A perderci, forse. Ma anche a ritrovarci, a cercare una via guidati da parole che, dopo sette secoli, non hanno mai smesso di illuminare il cammino.
Non serve conoscere a memoria la Divina Commedia per celebrare Dante. Non serve aver studiato ogni canto. Basta poco: una frase che riaffiora, un ricordo di scuola, una sensazione di smarrimento mentre si cerca la “retta via”, una speranza che resiste anche nei momenti più bui. Non è un caso che ogni cantica si chiude con la parola “stelle”: per l’Inferno “E quindi uscimmo a riveder le stelle”, per il Purgatorio “puro e disposto a salire le stelle” e per il Paradiso “l’amor che move il sole e l’altre stelle”.
Da quel primo passo nell’oscurità all’amor che muove il sole e le altre stelle
“Nel mezzo del cammin di nostra vita“, recita il primo verso, e quante volte lo abbiamo sussurrato nei momenti bui? Dante ci prende per mano e ci sussurra che la selva oscura non è un vicolo cieco, ma una tappa necessaria. Ci dice che, per quanto profondo sia l’Inferno che stiamo attraversando, esiste sempre una via d’uscita. Una cosa è certa, non si arriva alla luce se non si ha il coraggio di guardare in faccia il buio. Dante non nega l’Inferno. Lo attraversa. Ci insegna che il dolore non va evitato, ma compreso e “nominato”. Persino il sommo poeta ha avuto bisogno di Virgilio. Nessuno si salva da solo; riconoscere di aver bisogno di una mano (o di un maestro) è l’atto di umiltà che apre la porta del Purgatorio.
Dante non scriveva per i dotti delle accademie. Scriveva per chi soffre, per chi spera, per chi ama. Ha dato una voce a un popolo che ancora non sapeva di essere nazione. Celebrare il Dantedì significa onorare l’identità di un’Italia che si riconosce nella bellezza e nella forza della sua lingua.
Non è un caso che la sua opera sia ancora oggi la più tradotta e letta al mondo.
Il 25 marzo non è solo il giorno di Dante. È il giorno in cui possiamo tornare a essere viaggiatori, proprio come lui. Smarriti, forse. Ma ancora capaci di cercare una strada, di superare una selva oscura e, finalmente, di tornare a guardare il cielo con occhi nuovi.
“E quindi uscimmo a riveder le stelle.”
