Un’ora di lavoro delle donne vale il 16% in meno rispetto a quella degli uomini

La subordinazione della donna nel contesto lavorativo, economico e anche pensionistico risulta essere in Italia e anche in moltissimi paesi esteri, una profonda incongruenza

Non c’è pace neanche all’interno dell’economia per quel genere ormai a rischio in ogni dinamica e contesto, ovvero quello femminile. Dopo un 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, particolarmente sentito a causa dei recenti episodi di femminicidio, anche il binomio donna-lavoro comunica dati inaccettabili.

Nel settore privato, infatti, un’ora di lavoro svolta dalle donne vale, in termini di retribuzione, il 16% in meno rispetto alle mansioni maschili e se questo decenni fa poteva essere legittimato da una cultura sessista e patriarcale, oggi tutto ciò risulta intollerabile.

Inoltre, consideriamo che se da una parte si cerca di fare un’inversione di marcia dal punto di vista sociale per pareggiare il divario tra i due sessi ecco, però, che la stessa economia, di fatto istituzionalizzata dallo Stato, risulta il più grave deficit nei confronti delle donne, proprio perché parte dalle imprese e dunque dalla politica stessa.

Ma perché il lavoro delle donne risulta ancora secondario e subordinato rispetto a quello degli uomini? Una domanda che apre infiniti dibattiti se pensiamo che l’indipendenza economica è proprio quel motore che permetterebbe alle donne di essere autonome rispetto ad un partner violento e ossessivo, considerando che sono moltissime le vittime di violenza che non denunciano, pur volendo, perché non ne hanno i mezzi.

La subordinazione della donna nel contesto lavorativo, economico e dunque anche pensionistico risulta essere nel nostro Paese e purtroppo anche in moltissimi paesi esteri, una profonda incongruenza che ci fa comprendere quanto la strada, in questo senso, sia ancora in salita e il ruolo della donna, ancora oggi, terribilmente fragile e opaco.