”Non so se arrivo vivo al 20 gennaio”, l’omicidio di Beppe Alfano

Insegnante di educazione tecnica con la passione per il giornalismo, Beppe Alfano è una delle tante vittime senza verità.

Chi poteva volere la morte di un “semplice” professore con la passione per il giornalismo? Era questa la domanda che quella notte d’inverno qualcuno avrebbe voluto sussurrare davanti al corpo senza vita di Beppe Alfano, freddato con tre colpi di pistola a pochi passi dalla sua abitazione. Quando gli uomini delle forze dell’ordine raggiunsero via Marconi, una strada di Barcellona Pozzo di Gotto a due minuti dal centro storico, trovarono il giornalista nella sua Renault 9 color amaranto, parcheggiata non lontano da casa. Le luci accese, il cambio in folle, la sicura dello sportello inserita e il finestrino abbassato segno, forse, che l’assassino si era avvicinato al cronista, con una scusa.

Prova, magari, che aveva parlato con qualcuno, prima che una mano silenziosa aprisse il fuoco con una calibro 22. Un calibro piccolo, da professionisti, silenzioso e micidiale se saputo usare. Aveva anche cercato con una mano per proteggersi il volto, ma non era bastato. Colpito alla testa, morì quando l’orologio aveva appena segnato le 22.30.

«Mi uccideranno prima del giorno di San Sebastiano»

C’erano un cronista di razza, verità scritte senza paura, inchieste giornalistiche scomode che si erano spinte troppo in là e segreti scoperti, ma forse non ancora svelati. Era convinto che il boss Nitto Santapaola, il Riina di Catania per la caratura criminale, si nascondesse a Barcellona Pozzo di Gotto. Erano basi da cui partire per dare un volto e un nome al killer, per ricostruire l’accaduto, per chiarire tante domande rimaste senza risposta, ma le strade imboccate per risolvere il giallo non portarono a nulla, anzi erano sbagliate. Non era stato un omicidio di mafia, ma un delitto passionale, un regolamento di conti per via del gioco. Questo si disse.

Non era così. «Mi uccideranno prima del giorno di San Sebastiano» ripeteva negli ultimi giorni della sua vita, forse perché aveva capito qualcosa. Anche quella sera dell’8 gennaio 1993 si era accorto di essere stato seguito, che qualcuno lo stava osservando. Aveva detto alla moglie di chiudersi in casa, di non aprire a nessuno. Pochi metri dopo, voltato l’angolo, il giornalista ha incrociato gli occhi del suo assassino.

Non è facile raccontare la storia di Beppe Alfano, di quel cronista che aveva provato a svelare gli intrecci loschi di quella provincia un tempo «babba». Manca sempre qualche pagina, qualche pezzo di verità rimasta sepolta nel tempo. È come se fosse stato ucciso due volte: la prima a pochi metri da casa, la seconda dal silenzio, dai depistaggi, dagli sbagli: indagini e perizie balistiche mai fatte, file cancellati – e poi riemersi – dal computer del giornalista che muore prima della festa di San Sebastiano, come aveva detto.

“Il 20 gennaio, non so se arrivo vivo al 20 gennaio”.