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Carlo Alberto Dalla Chiesa, un eroe lasciato solo dallo Stato

by Redazione
4 Settembre 2025 15:04
in Cronaca
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Era il 3 settembre 1982, quando Cosa Nostra uccise il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa. Quattro mesi dopo la sua nomina a Prefetto di Palermo, una città sconvolta da una serie di omicidi eccellenti, come quello del leader democristiano Pier Santi Mattarella.

L’agguato

Il generale stava rientrando a casa, in via Isidoro Carini, quando una Bmw affiancò la autobianchi A112 bianca guidata dalla seconda moglie Emanuela Setti Carraro, infermiera volontaria della Croce Rossa Italiana. La prima, Dora Fabbo, madre di Rita e dei suoi fratelli Nando e Simona, era scomparsa per un infarto nel 1978.

Le lancette dell’orologio avevano da poco segnato le 21:15, quando si scatenò l’inferno. Una raffica di kalashnikov, 30 per la precisione, uccise il “prefetto dei cento giorni” e la sua giovane consorte. Lui tentò di farle da scudo con il suo corpo, ma morirono sul colpo. In un ultimo abbraccio. L’auto sbandò, andando a sbattere contro il bagagliaio di una Fiat Ritmo  parcheggiata in strada. Un secondo commando colpì l’agente di scorta Domenico Russo che seguiva la coppia a bordo di una seconda auto, un’Alfetta. Morirà dodici giorni dopo, in Ospedale.

Sul luogo dell’agguato, poche ore dopo, comparve un cartello. Era affisso al muro. Quelle parole, fecero il giro del mondo: “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti”.

Il Generale, dopo aver sconfitto le Brigate Rosse, ha pagato con la vita il suo impegno nella lotta alla mafia, una vera e propria guerra combattuta con delle armi spuntate. Ma era stato lasciato solo dallo Stato: ufficialmente gli avevano dato carta bianca, in pratica lo avevano mandato allo sbaraglio, privo di quei poteri “speciali” che con insistenza aveva chiesto. Settimana dopo settimana si sentiva sempre più abbandonato.

Impossibile dimenticare quella frase carica di amarezza confidata ad un giornalista. «Mi mandano in una realtà come Palermo, con gli stessi poteri del prefetto di Forlì». Lo raccontò in una intervista a Giorgio Bocca, pubblicata su Repubblica il 10 agosto 1982.

Le condanne

Come mandanti del triplice omicidio sono stati condannati all’ergastolo i boss Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci. La condanna agli esecutori materiali arriverà soltanto nel 2002, quando la Corte d’Assise ha riconosciuto la colpevolezza dei killer Raffaele Ganci, Giuseppe Lucchese, Vincenzo Galatolo e Nino Madonia e dei collaboratori di giustizia Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci.

Quando l’hanno ammazzato, ha rivelato un “pentito”, i mafiosi hanno brindato.

Tags: una-data-una-storia
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