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Certificati e attestati di frequenza a corsi obbligatori? Tutto falso. Nei guai 3 persone

by Redazione
3 Luglio 2019 13:09
in Cronaca
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Reprimere il fenomeno del lavoro sommerso e verificare la corretta applicazione della normativa a tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro. Per questo, nei giorni scorsi, i militari del Nucleo Ispettorato del Lavoro di Lecce hanno acceso i riflettori su un’attività di commercio all’ingrosso e al minuto di articoli e prodotti alimentari per animali domestici del capoluogo. Al termine della minuziosa attività di indagine, svolta insieme ai colleghi del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale il responsabile legale dell’attività è finito nei guai. È stato deferito alla competente Autorità Giudiziaria, insieme ad altre due persone: un professionista, tecnico della prevenzione e sicurezza sui luoghi di lavoro, e il responsabile di fatto del negozio.

Tutto falso

Secondo quanto contestato dagli uomini in divisa, il responsabile legale dell’attività, in concorso con gli altri due, aveva formato e fatto uso di falsi certificati e attestati di frequenza a corsi vari, afferenti ad adempimenti obbligatori di legge, previsti dal D. Lvo n. 81/2008, cosiddetto “Testo Unico sulla Salute e Sicurezza sui Luoghi di Lavoro”.

Dopo aver esaminato tutta la copiosa documentazione aziendale acquisita e ascoltato il raccolto di alcuni testimoni, i militari hanno dimostrato che, a dispetto della loro apparente genuinità, tutti i certificati e gli atti sequestrati erano rigorosamente falsi. Il datore di lavoro, infatti, non aveva mai frequentato il corso di responsabile del servizio di Prevenzione e Protezione, non aveva mai tenuto al proprio dipendente il corso di informazione ai sensi dell’art. 36 del TU 81/2008 e tantomeno lo aveva mai incaricato dell’attuazione delle misure di primo soccorso, di prevenzione incendi ed evacuazione dei luoghi di lavoro previsto dalla legge, così come invece risultava dalla documentazione prodotta.

Non solo: i certificati e gli attestati dimostravano falsamente che il lavoratore era stato regolarmente avviato a visita medica prima di essere occupato e che questi aveva superato con successo anche i previsti corsi di formazione e informazione. Lo stesso Documento di Valutazione dei Rischi è risultato essere una mera stampa fotostatica, senza avere alcun riscontro nella realtà fattuale. Carta straccia, insomma.

Secondo gli uomini in divisa, il responsabile aveva ‘architettato’ tutto con l’aiuto di un professionista e come detto della persona che, di fatto, gestisce l’attività commerciale. Tutto questo solo per evitare i controlli e, di conseguenza, le pesanti sanzioni previste dalle norme del Testo Unico sulla salute e sicurezza sui luoghi di lavoro.

Le conseguenze

Alla fine, sono stati accertati e notificati provvedimenti amministrativi conseguenti all’occupazione in nero del dipendente, per un importo di 3.100 euro e recuperati alle casse dell’INPS circa 2.000 euro di contributi omessi e ritardati.

Non solo, il datore di lavoro è stato inoltre segnalato anche alla Guardia di Finanza per quanto di competenza, in merito agli illeciti fiscali e tributari che scaturiscono dal pagamento in nero delle retribuzioni al lavoratore irregolare.

L’indagine ha dimostrato come, a distanza di più di undici anni dall’entrata in vigore del Testo Unico, la corretta percezione dell’importanza dell’impianto normativo posto a presidio della salute e della sicurezza dei lavoratori, sia considerata non un investimento, ma un costo d’impresa, possibilmente da contenere o da abbattere del tutto.

Tags: ispettorato-lavoro
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