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Clan Briganti, la storia della mamma che parla al boss per salvare il figlio. ‘Non posso portarli via da qui’

by Redazione
8 Aprile 2022 16:09
in Cronaca
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La fama criminale conquistata nel tempo dal Clan Briganti era talmente alta da incutere paura. Una forza conquistata a suon di intimidazioni, mostrando le armi (anche da guerra) e contando sul silenzio, sull’omertà, sul fatto che nessuno avrebbe parlato. La lista dei reati commessi è interminabile, dal traffico di sostanze stupefacenti alle estorsioni, anche per ‘mantenere’ chi era finito in cella o le loro famiglie.

Il controllo di Lecce e della 167/B era totale. Un dominio dimostrato da un episodio accaduto a Ottobre del 2019. Un ragazzo, nemmeno maggiorenne, era stato “invitato” negli uffici della Squadra Mobile di Lecce per essere ascoltato su uno scooter, un Aprilia RX50, rubato, visto che il numero di telaio e del motore era stato cancellato.

Dopo la convocazione, la mamma del minore aveva incontrato “Carletto” Gaetani, per chiedergli di parlare della situazione del figlio con Carlo Zecca al fine – si legge – di evitare ulteriori problemi. Nella conversazione intercettata, la donna coglie l’occasione dello scooter rubato al figlio per parlare di una questione “più delicata”, talmente delicata che un’amica le aveva consigliato di “fare la spiega ai suoi figli” – che si sarebbero comportati da “cani sciolti” – perché nella 167 funziona in un determinato modo. Probabilmente il ragazzo, che rischiava di essere arrestato per i piccoli reati commessi, stava commettendo qualcosa di più “grave”: agiva senza il placet del sodalizio radicato nella zona. Un affronto che avrebbe potuto pagare caro. Nel quartiere c’erano regole ben precise imposte dal clan Briganti che bisognava rispettare.

Per questo, la mamma si era rivolta a Zecca, per evitare che venissero presi provvedimenti nel caso in cui il figlio avesse fatto qualche sgarbo. È lui il deux ex machina, è un punto di riferimento per gli affiliati, muove i fili, autorizza a commettere reati, impartisce ordini per le attività del clan. È Zecca che gestisce il traffico di stupefacenti, che pianifica le estorsioni, che gestisce i parcheggi abusivi, che ordina o programma le iniziative violente per perseguire i fini dell’associazione.

La donna è preoccupata, sa che l’unica via di uscita sarebbe quella di allontanarsi, ma non può. «Io vivo qui purtroppo… e se l’unica cosa è che me ne devo andare… non posso… perché non ho soldi per pagare l’affitto… la casa me l’hanno assegnata e qui devo rimanere… o cerchiamo di convivere …» si legge nell’intercettazione.

Sostanzialmente, pur essendo consapevole che i figli “sono dei rompi cazzo” e potevano intralciare i traffici illeciti nella zona, chiedeva di essere lasciata tranquilla, di poter crescere al meglio i suoi figli in modo da evitare che fossero arrestati, di continuare a vivere in quella zona, dove le era stata assegnata una casa anche perché, non disponendo di altri mezzi di sostentamento se non il denaro guadagnato con il suo umile e faticoso lavoro di addetta alle pulizie, non aveva la possibilità di trasferirsi altrove.

La vicenda dimostra il ruolo egemone del gruppo di Zecca nella zona 167 B di Lecce, ruolo riconosciuto anche dalle persone comuni che abitano in quella zona.

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