Cogne, il delitto su cui non è mai calato il sipario

Era il 30 gennaio 2002 quando in una villetta di Montroz, a Cogne i soccorritori trovarono il piccolo Samuele Lorenzi agonizzante con gravissime ferite alla testa. Morì poco dopo. Annamaria Franzoni, la madre, colpevole dell’omicidio ha pagato il suo conto con la giustizia

La storia purtroppo è ricca di casi in cui madri amorevoli si trasformano in spietate assassine dei loro figli. Una mamma che uccide la sua creatura non è un mostro, o almeno quasi mai. È solo una donna sprofondata in un abisso, dove nessuno è riuscito a tenderle una mano: la depressione, il peso della solitudine e della stanchezza, il terrore di non essere adeguate, mai all’altezza… i motivi per tentare di trovare un senso ad un gesto simile potrebbero essere tanti, come nessuno.  Un po’ come in una delle più disperate tragedie greche. La Medea di Euripide compì il terribile gesto per punire il marito Giasone che si era innamorato di un’altra donna.  Non sempre però, basta appellarsi ai miti, a questa o quella ragione per giustificare follia e disperazione.

Il caso forse più eclatante, avvenne il 30 gennaio 2002. Esattamente 20 anni fa. Eppure sembra ieri quando in una villetta di  Montroz a Cogne, un borgo di neanche 1.500 abitanti situato nel Parco Nazionale del Gran Paradiso, in Val d’Aosta, il piccolo Samuele Lorenzi, di appena 3 anni, venne ritrovato dai soccorritori agonizzante nel lettone dei genitori.

Il delitto di Cogne

«Mio figlio vomita sangue» aveva urlato tra le lacrime Annamaria Franzoni che aveva chiamato il 118 di Aosta. Una frase ripetuta più volte in quella mattina gelida di gennaio, prima ai vicini di casa, poi ai carabinieri. L’orologio aveva appena segnato le 8.28. Fu forse l’inizio di un giallo mai risolto del tutto, un “crime show”, un caso mediatico che continua a far discutere e dividere.

Samuele morì, dopo un’ora e mezza di agonia. Le ferite alla testa, quei 17 colpi con un “oggetto pesante” erano stati fatali. Tanta brutalità racchiusa in poco meno di 10 minuti, quelli trascorsi da quando la Franzoni uscì di casa per accompagnare il più grande, Davide, alla fermata dell’autobus a quando ha fatto ritorno a casa in quella villa relativamente isolata tra le montagne. Otto minuti, per la precisione. In mezzo, il mistero.

«Lo so, sono le madri che uccidono i bambini» aveva dichiarato Annamaria in uno dei primi interrogatori in caserma. Così è stato per buona parte dell’opinione pubblica e per gli inquirenti. Sul banco degli imputati c’è sempre stata solo lei: chi altro?

D’altro canto, si può davvero affermare, oltre ogni ragionevole dubbio, che sia colpevole? Forse no. Le tre sentenze di giudizio non hanno mai fugato alcuni dubbi. E anche se la Franzoni ha pagato il suo conto con la giustizia – oggi è libera per buona condotta dopo aver scontato sei anni di carcere e cinque agli arresti domiciliari, oltre ad aver goduto anche di tre anni di indulto – restano i punti interrogativi. Manca una prova fondamentale: l’arma del delitto, mai trovata. Manca il movente, nemmeno quello mai chiarito. E anche sul pigiama azzurro sporco di sangue considerato una prova regina o quanto meno la chiave dell’indagine c’è stata una battaglia. Secondo le perizie lo indossava l’assassino, secondo la difesa si è sporcato stando sul letto, dove lo aveva lasciato Annamaria quando si era cambiata per accompagnare il primogenito.

Era il 2002, quando a Samuele «scoppiò la testa» come disse Annamaria ai primi medici accorsi. Di quel delitto, restano le lacrime versate dalla Franzoni mentre ricorda il sorriso del figlio, la voce strozzata mentre risponde alle domande e racconta quei terribili momenti davanti alle telecamere. I sorrisi. Resta l’annuncio choc: «Sono di nuovo incinta» trasmesso al Maurizio Costanzo Show il 18 luglio 2002. E anche quel famoso fuori onda andato in tv decine di volte registrato da Studio Aperto quando sbottò alla fine dell’intervista dicendo «Forse, ho pianto troppo» e lasciando tutti di stucco.

In quello stesso anno, oltre 40 bambini vennero uccisi in circostanze e contesti vari tra l’indifferenza generale, ma il caso di Cogne catturò l’attenzione e provocò, come mai era accaduto prima una profonda spaccatura nell’opinione pubblica che si divise fra innocentisti e colpevolisti, tutti “giudici” nei confronti della madre del piccolo Samuele.



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