Una dittatura sconosciuta, ma feroce, a due passi dall’Italia

Alla fine della secondo conflitto mondiale l’Albania conobbe una terribile dittatura che gli occidentali hanno scoperto solo a metà degli anni 90. La riflessione di Donato Maglio.

Nel 1940, durante la seconda guerra mondiale, l’Albania venne occupata dall’esercito dell’Italia fascista e, a causa della colonizzazione imposta ai cittadini albanesi, nacquero numerosi movimenti partigiani che andarono a formare il Movimento di Liberazione Nazionale dell’Albania guidato dal Partito Comunista. La strenua difesa, la guerriglia urbana, i sabotaggi e il sacrificio di centinaia di persone, portarono alla sconfitta dei fascisti tant’è che, il 28 novembre 1944 venne proclamata, dal leader partigiano Enver Hoxha, l’indipendenza dell’Albania. Da quel momento, per i cittadini albanesi, cominciò un periodo di limitazioni delle libertà individuali, collettive, di persecuzioni ed uccisioni senza precedenti, sino ai primi anni novanta. Neanche il fascismo, nei precedenti anni, era arrivato a tanto.

Enver Hoxha nacque nella cittadina albanese di Gjirokastro, studiò all’estero e, sin dalla giovane età, aderì all’ideologia politica sovietico-stalinista che aveva avuto modo di approfondire dopo un lungo periodo di formazione in Russia. Lo stalinismo divenne il modello politico, economico e sociale che, il leader albanese, impose nella sua nazione dal giorno dell’indipendenza.

Hoxha, una volta al potere, abolì la proprietà privata, nazionalizzò le industrie, effettuò la riforma agraria per far sì che l’Albania diventasse sempre più una nazione socialista, anti-occidentale, in grado di produrre a sufficienza, senza aver bisogno di importare beni e servizi, in particolare, materie prime. Parallelamente attuò un meccanismo di repressione forzata che andava ad impedire la libertà di ogni forma di culto religioso. Professare una religione, possedere libri ed oggetti sacri, chiamare una persona con un nome religioso, era punibile con la reclusione in campi di rieducazione sino a dieci anni. In questi lager, i lavaggi del cervello pro regime ed i lavori forzati estenuanti, portavano i detenuti a morte certa. Il popolo era povero e malnutrito ed anche spaventato continuamente perché non poteva esprimere liberamente il proprio pensiero, pena la morte.

La televisione aveva un solo canale che trasmetteva programmi in favore del regime comunista e inculcava, nelle menti degli albanesi, quanto fosse malvagio l’occidente e quanto amico e padre amorevole il leader Enver Hoxha. La sigurimi era la polizia segreta che permetteva al regime, alla propaganda e alla repressione, di sopravvivere. Come in ogni regime comunista, in Jugoslavia, in Unione Sovietica, in Bulgaria, in Ungheria e in Polonia post seconda guerra mondiale, la polizia politica era infiltrata in molte realtà famigliari infatti, intere famiglie, più componenti di esse o uno di loro, facevano la spia nei confronti di amici, parenti, vicini di casa e coinquilini per ingraziarsi il plauso ed i favori del Presidente Enver Hoxha.

La repressione in Albania terminò solo nel 1992, a sette anni dalla morte del leader quando, le prime elezioni democratiche, portarono alla vittoria i democratici di Sali Berisha e alla sonora sconfitta del Partito Comunista.

Secondo un rapporto pubblicato nel 2016 dall’Istituto di Studi sul Crimine e le Conseguenze del Comunismo si ritiene che, in Albania, siano state incarcerate trentaquattro mila persone per motivi politici e ci siano state sei mila vittime, uccise dopo un processo farsa o perché tentavano di superare il confine albanese in cerca di una vita migliore.

A due passi dall’Italia, davanti al silenzio dell’opinione pubblica mondiale, molte famiglie hanno pianto e piangono, ancora oggi, i loro cari che ancora non hanno ottenuto giustizia. Questa storia, a mio avviso, merita di essere approfondita.