L’ultimo saluto a Giovanni Caramuscio, ucciso per una rapina davanti agli occhi della moglie

Si sono svolti a Monteroni i funerali di Giovanni Caramuscio, il direttore di Banca in pensione ucciso con due colpi per una rapina. Un addio commosso e silenzioso

È il giorno dell’ultimo commosso saluto a Giovanni Caramuscio, il direttore di banca in pensione ucciso con due colpi di pistola solo per aver tentato di proteggersi da un tentativo di rapina. L’uomo che ha premuto il grilletto e il suo complice sono stati trovati dagli uomini in divisa che hanno messo insieme i pezzi: dal doloroso racconto della moglie che era con lui allo sportello bancomat della filiale di Lequile che si affaccia su via San Pietro in Lama al racconto di un testimone che ha notato un particolare utile alle indagini, alle telecamere di video-sorveglianza che hanno ripreso la fuga dei due rapinatori dopo l’omicidio.

In tanti hanno voluto partecipare al funerale del 69enne di Monteroni, nella chiesa di Maria SS. Ausiliatrice, per condividere il dolore con la famiglia del bancario, della moglie Anna che ha visto morire il marito davanti ai suoi occhi e dei figli Stefano, Roberta e Fabio. Una folla silenziosa e commossa per quanto accaduto all’ex direttore, marito e padre di tre figli, strappato via alla vita per pochi euro in una sera tranquilla di luglio. Presenti anche il primo cittadino di Monteroni, Mariolina Pezzuto e il sindaco di Lequile, Vincenzo Carlà che hanno proclamato il lutto cittadino. Le due comunità si sono strette ai Caramuscio, in un abbraccio forte e simbolico per esprimere cordoglio per una tragedia che ha toccato e sconvolto tutto il Salento.

Un dolore comune espresso dalle parole del parroco don Giorgio Pastore durante l’omelia. «Viviamo in una società che ha smarrito il senso e il valore della vita. Chiediamo e pretendiamo insieme alla famiglia giustizia certa per l’assurda morte di Giovanni, ma dobbiamo avere la forza di andare anche oltre e guardare avanti con gli occhi della fede. Se siamo cristiani, sappiamo che non finisce tutto qui» ha dichiarato.

Il rito si è concluso con una lettera della moglie e della famiglia del pensionato, letto sull’altare da una nipote. «Mi rivolgo a te con la consapevolezza che tu sia ancora qui tra noi. Tu sei sempre stato la mia roccia, la mia certezza. Per questo so che non mi abbandonerai nemmeno ora, nonostante ci abbiano separati. Giovanni, ti ho sempre tanto amato. Ora tutti noi dobbiamo fare i conti con questa tragedia e con la tua assenza. Ci confortavi sempre e con il tuo innato ottimismo riuscivi ad infonderci la fiducia necessaria per affrontare tutte le difficoltà del mondo. Ora ce la dobbiamo fare da soli e ci dobbiamo riuscire soprattutto per te affinché non siano vani tutti gli insegnamenti e i consigli che ci hai sempre dato e che ci hanno aiutato e ci aiuteranno ad andare avanti sempre e nonostante tutto. Chi ti ha strappato alla vita neanche immagina il dolore che ha procurato, di sicuro non conosce l’amore e il valore di una famiglia se con tanta leggerezza ne ha distrutta una».

I due fermati – Paulin Mecaj, 30enne di origini albanesi e Andrea Capone, 28enne originario di Tricase – resteranno in carcere. A spingere il Gip a convalidare il fermo e confermare la misura sono stati i gravi indizi di colpevolezza e il pericolo di fuga. Assistiti dall’avvocato Luigi Rella e dagli avvocati Raffaele Francesco De Carlo e Maria Cristina Brindisino, si sono avvalsi avvalso della facoltà di non rispondere. Non hanno spiegato cosa sia accaduto davanti allo sportello, né perché, come la voce rotta dal pianto ha detto dall’altare, sia stata distrutta una famiglia.



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