Grande Lecce o Lecce metropolitana, il focus del prof Luigino Sergio

Intervista ad uno dei massimi esperti di funzione pubblica (e ideatore del modello Salento alla fine degli anni 90) sul tema della Lecce metropoli che sta dividendo i nostri lettori.

Se la parola Salento non è solo un lemma geografico lo si deve principalmente a lui, che da vice presidente della Giunta Provinciale di Lecce alla fine degli anni 90, nella veste di assessore al turismo e al marketing territoriale, varò il modello di sviluppo Salento che oggi tutti conoscono. Parliamo del prof Luigino Sergio, sindaco di lungo corso del piccolo comune di Martignano, anima dell’Unione della Grecìa salentina e autore di numerose pubblicazioni su aspetti legati alla Pubblica Amministrazione, tra questi ricordiamo ‘L’Utopia del Grande Salento’ e l’ultimo lavoro dal titolo ‘Reversibilità della fusione e limiti alla scissione dei comuni’.

Con lui Leccenews24 comincia il percorso di approfondimento legato all’ipotesi della creazione della città metropolitana, comprendente Lecce e tutti i comuni confinanti.

Professore, prima di avviare la riflessione sull’ipotesi di Lecce Metropolitana, ci può dire se il territorio ha le caratteristiche giuste per tale prospettiva?

Prima di rispondere, bisogna anticipare il significato di città metropolitana. Essa è un ente locale necessario che a seguito della legge costituzionale n. 3/2001, trova il proprio fondamento nell’art. 114 della Costituzione, il quale ad esso assegna il ruolo di soggetto giuridico dotato di autonomia e costitutivo della Repubblica, al pari del comune, provincia, regione e Stato; soggetto giuridico avente funzione di area vasta, con il fine dello sviluppo strategico del proprio territorio, la promozione e la gestione dei servizi, infrastrutture e reti di comunicazione d’interesse della propria area territoriale, della cura delle relazioni istituzionali con enti di pari livello nonché con le altre città e aree metropolitane d’Europa.

A sua volta, la legge n. 56/2014, ad oggetto Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni ha disciplinato l’istituzione delle città metropolitane in sostituzione delle province, imponendo, con non poche difficoltà, l’esistenza di due modelli di area vasta: le province da un lato e le città metropolitane dall’altro. Poi occorre aggiungere che le città metropolitane sono state già individuate dal legislatore nelle regioni a statuto ordinario, tanto nel numero (nove), quanto nel nomen: Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria. Ciò detto, per dare riposta alla domanda, se il territorio abbia o meno le caratteristiche giuste per tale prospettiva, risponderei di sì, se il riferimento è solo alle peculiarità fisiche, morfologiche del territorio strictu sensu; darei risposta negativa, se per territorio intendiamo il suo essere oggetto di scelte politico-amministrative, compiute o meno.

Quali vantaggi di una visione di Grande Lecce?

Per grande Lecce, dovremmo intendere un territorio amministrativamente esteso oltre i confini del capoluogo e comprendente i comuni ad esso contigui ovvero Surbo, Cavallino, San Cesario, Lequile, Arnesano, Lizzanello, Monteroni, Trepuzzi, Novoli, Vernole, Squinzano, Torchiarolo, in provincia di Brindisi.

Tredici comuni che ammontano ad oltre 120 mila abitanti, con una superficie di più di 311 Kmq. Ciò detto, bisogna distinguere se con il progetto della cosiddetta Grande Lecce si vuole emulare quello della Grande Pescara oppure no e si vuole percorrere un’altra via, tesa ad individuare ulteriori e differenti strumenti per addivenire a forme di collaborazione istituzionale tra comuni, come ad esempio la gestione associata dei servizi.

Il primo gennaio 2023 verrà istituito il comune di «Nuova Pescara», attraverso la fusione di tre comuni abruzzesi: Pescara 118 mila abitanti, Montesilvano 53 mila abitanti, Spoltore 19 mila abitanti, che darà vita ad una nuova città di 190 mila abitanti. Il Sindaco di Firenze, Nardella, sta lavorando da tempo al progetto della «Grande Firenze», con il fine della semplificazione del quadro istituzionale. A Lecco si lavora sulla «Grande Lecco» che ha aperto un utile dibattito pubblico sull’opportunità di incamminarsi sul percorso della fusione di comuni territorialmente contigui.

Quali possono essere i vantaggi?

Tutto dipende se si vuole agire su versante della fusione di comuni o su quello dell’esercizio associato di funzioni o su altri strumenti messi a disposizione dall’ordinamento. Per la fusione sono più misurabili i vantaggi in termini di economie di scala e di economie di scopo, ma in questa direzione giocherebbe, per quanto riguarda Lecce, un ruolo per niente affatto facilitatore l’assai grave situazione finanziaria del comune che allo stato potrebbe condurre, gli scongiuri sono d’obbligo, al dissesto. Fatto questo che però potrebbe indurre gli amministratori dei comuni limitrofi a non condividere tout court l’ipotesi fusione, almeno così rimanendo lo stato finanziari della città capoluogo. Per dare qualche dato, Lecce (dati 2018) spende più del dovuto sul totale delle funzioni comunali, anche se l’analisi delle singole funzioni danno risultati differenti nel raffronto tra la spesa storica e la spesa standard. E la situazione non è molto differente nei comuni contigui al capoluogo di provincia.

Si regista, generalmente, nei comuni, una forte pressione tributaria pro-capite; un’assai consistente calo demografico quasi ovunque; una drastica riduzione dei trasferimenti statali quasi generalizzata. A fronte di questo vi sarebbero gli incentivi statali per i comuni che si fondono, che nel caso in esame, fusione di Lecce con i territori comunali finitimi, ammonterebbero a 20 milioni di euro in dieci anni, oltre agli incentivi aggiuntivi a quelli statali, non soltanto di natura finanziaria, della regione Puglia.

Si deve essere disposti a perdere cosa in termini di sovranità?

La fusione di comuni non comporta affatto perdita di sovranità, anzi, a mio avviso, persino la esalterebbe. La sovranità, così come recita la Costituzione non si esercita solo secondo il modello di democrazia rappresentativa, nella quale i cittadini eleggono i propri rappresentanti al Parlamento e nelle assemblee elettive regionali, ma si svolge anche con la democrazia diretta, nella quale i cittadini prendono parte in prima persona alle scelte politiche, votando nel referendum, anche in quello consultivo, previsto dall’art. 133 della Costituzione, atteso l’obbligo che ha la regione di sentire preventivamente le popolazioni interessate, prima di istituire nel proprio territorio nuovi comuni con il processo di fusione. Una volta istituito il nuovo comune la sovranità verrebbe sempre garantita, in quanto le sorti del nuovo ente locale territoriale sarebbero sempre nelle mani degli amministratori democraticamente eletti dal corpo elettorale.

Il territorio e la popolazione sarebbero un facilitatore o un dissuasore del progetto? 

È una domanda complicata questa, nel senso che il territorio e la popolazione potrebbero, sia essere elementi facilitatori oppure dissuasori del progetto di fusione di comuni. Vale a dire che tutto dipende da come essi vengono coinvolti nel progetto di cambiamento organizzativo. Se si usa nella fusione un modello organizzativo top- down, vale a dire fatto di scelte calate dall’alto, vi sono poche probabilità che esso abbia esiti positivi. Se invece viene attivato uno schema di tipo bottom-up, ovvero che parte dal basso e va verso l’alto, dove si parte dalla situazione iniziale, si definisce l’obiettivo finale e si costruisce un percorso fatto di sequenze tra loro articolate coinvolgendo gli stakeholder, vale a dire i soggetti interessati sin dal primo momento, a mio avviso e in base alla mia esperienza sul campo, questo secondo modello, maggiormente partecipato e coinvolgente, potrà consentire più facilmente il conseguimento di positivi risultati finali.

Accorpamento di Comuni, unione, creazione di nuovi profili istituzionali. Cosa si potrebbe fare e in che tempi?

Per varare nuovi profili istituzionali, costituiti sia dalle unioni di comuni e sia dalle fusioni di comuni, c’è molto da fare. Partiamo da un dato: l’unione di comuni essendo un soggetto associativo non estingue i comuni che prendono parte ad essa; a differenza della fusione di comuni che si determina con legge regionale, previa estinzione dei comuni preesistenti. Due facce, come spesso sostengo, della medesima medaglia, ossia quella del cambiamento organizzativo.

Il secondo percorso, quello della fusione di enti locali territoriali è quello più complesso e più difficile da concretizzare. La prima cosa da fare è richiedere a gran forza l’intervento della Regione Puglia che ha grandi competenze in materia, per evitare il non sempre efficace spontaneismo dei singoli comuni. La nostra Regione, infatti, dal 2014, ha il compito, previa concertazione con i comuni interessati, d’individuare la dimensione territoriale ottimale e omogenea per area geografica, idonea all’esercizio delle funzioni fondamentali in forma obbligatoriamente associata da parte dei comuni, secondo i principi di efficacia, di economicità, di efficienza e di riduzione delle spese e di conseguenza deve adottare, cosa finora non fatta, il piano di riordino territoriale, tenendo conto anche delle proposte pervenute da parte dei comuni.

È del tutto evidente cha la mancanza del piano di riordino territoriale rappresenta un grave vulnus nei confronti delle politiche di cambiamento territoriale, a cui con urgenza occorre porre rimedio. L’altra cosa da fare è puntare sul protagonismo dei giovani amministratori del Salento e sollecitarli a superare le logiche di campanile, laddove esistono, per governare in modo più efficace e più economico i loro enti, avvalendosi sia delle unioni di comuni che, pur esistenti da noi in gran numero stentano a produrre vere logiche di gestione associata delle funzioni fondamentali comunali. E, soprattutto, puntare sulle fusioni di comuni, iniziando a produrre idonei studi di fattibilità, con i quali è possibile studiare i punti di forza e quelli di debolezza di una specifica fusione, come del resto hanno fatto i comuni di Acquarica del Capo e di Presicce prima dell’istituzione del neo comune unico di Presicce-Acquarica e come hanno già fatto i comuni del nord Salento, Campi, Novoli, Squinzano e Trepuzzi che hanno da tempo completato lo studio di fattibilità della loro fusione, oltre che quello del rilancio organizzativo dell’unione di comuni del Nord Salento.

I tempi del cambiamento?

Dipendono dalla consapevolezza degli amministratori locali e delle comunità di riferimento, dell’urgenza di mettere mano, e con forza, al processo creativo di nuovi profili istituzionali.