Non c’è solo la pace da raggiungere, ci vuole giustizia

La minaccia di una guerra in Europa ha destato timori sconosciuti e ha risvegliato anche il senso di giustizia. I negoziati per la pace sono solo un primo passo verso il futuro. Ma il massacro non può essere dimenticato

Se i negoziati dovessero avere successo e la guerra in Ucraina dovesse cessare rimarrebbero comunque sul terreno morti e macerie, è questo il punto critico della vicenda. Città bombardate, soldati uccisi, civili massacrati non si cancellano con un colpo di spugna.

Se questo assalto armato dovesse essere considerato solo un incidente di percorso, nessun uomo libero potrebbe più guardarsi allo specchio, far finta di niente non è un’ipotesi contemplabile.

Non è sufficiente smettere di uccidere, o quantomeno non è risolutivo. Uno stato di diritto non può far passare sotto traccia una scia di delitti sanguinosi, tanto più se parliamo di crimini orrendi ai danni di persone che non hanno colpa. La fine del conflitto in Ucraina, certo. E poi? Una pacca sua spalla e via? Al grido di “la prossima volta saremo più buoni”? O forse penseremmo all’ipotesi di un risarcimento adeguato dei parenti delle vittime e al bisogno di fare giustizia in maniera esemplare?

Sono le domande legittime che in tanti in queste ore stanno facendo senza proclami e senza reclami, ma con la consapevolezza che non siamo uomini solo dal punto di vista biologico. E allora, quello che è avvenuto in questi venti giorni andrebbe guardato attraverso la lente di chi pone un minimo di fiducia nel senso di giustizia, come oggi il vivere democratico, pur con tutti i suoi limiti, ci ha insegnato.

Nel 1945, alla liberazione dal nazifascismo fece seguito un tempo di sacrosanta resa dei conti, dopo uccisioni, massacri e innocenti mandati a morte, non si celebrò semplicemente la pace, ma si fecero germogliare quei semi di giustizia che sono diventati la grande Europa dei popoli.



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