“Alliberateve de lu cagnuleddu”. La storia di Giuseppe di Matteo, ucciso e sciolto nell’acido per punire il padre pentito

Giuseppe Di Matteo fu strangolato e sciolto nell’acido l’11 gennaio 1996, per punire il padre, Santino, dalla “imperdonabile” colpa di aver scelto di collaborare con la giustizia

«La mafia non uccide i bambini». La regola di Cosa Nostra tramandata per secoli è smentita da 108 bare bianche che raccontano la storia di vittime innocenti, di volti che dovrebbero essere intoccabili, di favole che si sono spezzate solo perché figli di uomini di giustizia o di famiglie malavitose. L’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo è solo una prova che non ci sono codici d’onore da rispettare. Una delle tante, qualora ce ne fosse bisogno. Quando il suo cuore ha smesso di battere aveva 15 anni.

Era l’11 gennaio 1996. Quel giorno Giovanni Brusca fu condannato all’ergastolo per l’omicidio di Ignazio Salvo e il piccolo fu strangolato e sciolto nell’acido. Non aveva colpa, se non quella di avere un padre che aveva deciso di collaborare con la giustizia. Santino aveva aperto la bocca, svelato segreti, raccontato trame e retroscena. Informazioni preziose che “Mezzanasca” ha pagato caro.

Il rapimento di Giuseppe Di Matteo

Secondo i mafiosi, Giuseppe Di Matteo era lo strumento con cui convincere il padre “pentito” a tenere la bocca chiusa. Santino, che aveva firmato la strage di Capaci, invece, continuò a parlare. Parole che sono diventate una condanna a morte per suo figlio. La sentenza fu scritta in un freddo pomeriggio di gennaio, ma l’incubo per il piccolo cominciò quasi due anni e mezzo prima, con un sequestro-trappola. Era il 23 novembre 1993.

Giuseppe non vedeva Santino, lontano dalla Sicilia per motivi di sicurezza, da cinque mesi. Era un bambino a cui mancava il papà. Per questo quando gli uomini di Giovanni Brusca, fingendosi agenti della Dia, si presentarono al maneggio promettendogli di portarlo nella località segreta dove si trovava il genitore, si lasciò convincere. Quegli uomini non erano poliziotti arrivati con il sorriso sulle labbra e Giuseppe non avrebbe più visto la sua famiglia, i suoi amici, i suoi compagni di scuola.

«Agli occhi del ragazzo siamo apparsi degli angeli, ma in realtà eravamo dei lupi. (…)» disse Gaspare Spatuzza, che prese parte al rapimento.

Passano molti giorni, la famiglia Di Matteo, vicina ai Corleonesi, cerca, invano, di risolvere la questione “a modo loro”, fino al 14 dicembre 1993, quando mamma Francesca si presenta alle forze dell’ordine per denunciare la scomparsa del figlio. Nei 25 mesi di prigionia, il bambino venne spostato più volte: da Palermo ad Agrigento, da Trapani a San Giuseppe Jato, patria del boss che aveva ordinato il rapimento. Nel casolare-bunker costruito nelle campagne in contrada Giambascio rimase per 180 giorni fino alla sua morte.

“Alliberateve de lu cagnuleddu”

Gli “uomini d’onore” rispettavano i bambini. L’ordine iniziale fu quello di uccidere il bambino, diventato adolescente, quando avrebbe compiuto 18 anni, ma tutto cambiò l’11 gennaio. U verru (il porco, in siciliano), tanto gelido da essere scelto per azionare il detonatore della bomba nella Strage di Capaci in cui morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo scopre in tv di essere stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Ignazio Salvo. Sentenza scritta senza la testimonianza di Santino Di Matteo che non sapeva quasi niente di quel delitto. L’«infame» che aveva incastrato il capomafia di San Giuseppe Jato è Gioacchino La Barbera. In quel momento, un po’ per rabbia, cadono tutte le regole, i picciriddi che non si toccavano dovevano pagare le colpe dei padri.

“Alliberateve de lu cagnuleddu”. Sbarazzatevi del cane, disse il boss Giovanni Brusca, la cui fama criminale gli aveva permesso di conquistare il soprannome di scannacristiani. 779 giorni dopo il sequestro, il piccolo fu strangolato con una corda perché “papà aveva fatto il cornuto”. Indebolito dalla lunghissima prigionia morì subito. Il suo corpo o quel che ne restava non venne mai trovato. Era stato sciolto nell’acido per non lasciare tracce né una tomba alla famiglia su cui piangere. Avrebbe compiuto quindici anni il 19 gennaio.

Non era vero che gli “uomini d’onore” rispettavano i bambini. Non esisteva quella legge non scritta. La crudeltà che è toccata a Giuseppe di Matteo si respira ancora nel casolare in contrada Giambascio che è stata la sua ultima prigione. C’è ancora la rete del letto sul quale il bambino era incatenato, nella stanza interrata raggiungibile solo attraverso un passaggio mobile.

IL bambino che ha sconfitto la mafia

Solo uno dei boss condannati non aveva scontato neanche un giorno di carcere, il superlatitante Matteo Messina Denaro, catturato e morto senza aver mostrato mai alcun segno di pentimento. Brusca, fedelissimo di Totò Riina, dopo essere diventato un collaboratore di giustizia è uscito dal carcere. Ora è un uomo libero.

Resta il dolore, mai cancellato del fratello più piccolo Nicola e di mamma Franca, in passato durissima con il marito: «Non lo perdono perché è colpa sua se ho perso il mio bambino. Ha sbagliato a pentirsi? Ha sbagliato prima, a essere mafioso» ha detto. Santino, pur sapendo di mettere a repentaglio la vita di suo figlio, quel passo non lo fece mai. Ha pagato Giuseppe, ma quel bambino morto senza colpe aveva sconfitto la mafia.

«Credevamo di aver risolto il problema, ma andò a finire che quel bambino morto ammazzato sconfisse la mafia. Fu peggio di una sconfitta militare, perché Cosa nostra perse la faccia e il rispetto della gente» raccontò Giuseppe Monticciolo, uno dei suoi carcerieri.

Qualcuno voleva lasciarlo libero, ma farlo sarebbe umiliante per Cosa nostra, tutta d’un pezzo. Hanno tenuto segregato per due anni un ragazzino, coinvolgendo uomini d’onore di mezza Sicilia, con lo scopo di tenere la bocca chiusa al padre e quando non hanno ottenuto nulla, lo lasciano andare? Avrebbe significato perdere la faccia nell’ambiente criminale. Nessuno immaginava che con quella morte avrebbero perso.



In questo articolo: