La storia di Rita Atria, la ‘picciridda’ di Paolo Borsellino

Rita Atria, questa la storia ‘ufficiale’, si tolse la vita una settimana dopo la strage di Capaci. Paolo Borsellino era diventato per lei un punto di riferimento da quando era diventata testimone di giustizia

C’è un filo rosso che lega Paolo Borsellino e Rita Atria, un filo che si è spezzato il giorno della strage di Capaci, quando Cosa Nostra, condannando a morte il Giudice (e la sua scorta), scrive la parola fine anche sulla vita della testimone di giustizia. La ‘picciridda’ aveva capito che dopo la morte del magistrato sarebbe rimasta sola. E da sola, a 17 anni, non puoi combattere la mafia. Nemmeno se hai avuto il coraggio di ribellarti. Nemmeno se, passando dalla parte dello Stato, sei diventata un «disonore per la famiglia».

Rita, dopo aver perso il padre e il fratello, aveva deciso di non voltarsi dall’altra parte e aveva fatto nomi e cognomi, aveva indicato volti, svelato segreti e fatti che non avrebbe dovuto sapere su quella mafia che le aveva tolto la famiglia. Consapevole che avrebbe pagato caro certe confidenze aveva deciso di parlare, di spezzare il vincolo di omertà, seguendo le orme della cognata Piera Aiello. E lo aveva fatto a Borsellino, all’epoca procuratore di Marsala che l’aveva ascoltata. Aveva cercato di proteggerla il Giudice, come se fosse una figlia, consapevole che la ragazzina era stata abbandonata da tutti, anche dal fidanzatino. Ecco perché dopo il 19 luglio 1992, la «picciridda», pensando forse che non valeva più la pena vivere, decise di lanciarsi dal settimo piano del palazzo dove viveva nascosta, con un nome falso, dopo essere entrata nel programma di protezione testimoni. Molte cose sulla sua morte non tornano, ma questo è il racconto ufficiale di quel 26 luglio 1992, quando la vita della 17enne si è fermata sul marciapiede di via Amelia.

Le confessioni di una “picciridda”

Rita aveva 11 anni quando ha perso il padre don Vito, “un uomo d’onore” ucciso a Partanna in un regolamento di conti. Stessa sorte sarebbe toccata al fratello Nicola che aveva preso in mano le redini degli affari di famiglia, ammazzato a colpi di lupara. Così, la ragazzina aveva deciso di “vendicare” la morte di due persone care collaborando con la giustizia, raccontando i segreti che il fratello le aveva confidato, i fatti privati di una famiglia, la sua. Un po’ come aveva fatto la cognata, che aveva svelato a Borsellino gli “affari” degli assassini del suocero e del marito. A 17anni Rita entra nel programma di protezione testimoni, diventa la ‘picciridda’ del giudice che la aiuta a ricominciare da capo, con un nome falso.

Rinunciando a ogni legame, persino sua madre che l’aveva ripudiata e, dopo la sua morte, distrusse a martellate la lapide. Già, la morte. Perché la ragazzina una settimana dopo la strage di via D’Amelio decise – almeno questa è la ricostruzione ufficiale – di lanciarsi dal balcone al settimo piano del palazzo dove viveva nascosta. Sul suo diario aveva scritto: «Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita. Tutti hanno paura, ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi… Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi, ma io senza di te sono morta».

Le indagini sono state archiviate dopo appena 5 giorni: nessuno aveva visto la ragazza con il pigiama rosa buttarsi dalla finestra di quella strada deserta, ma per gli inquirenti si è trattato di suicidio.

Due vite che la lotta Due vite che la lotta alla mafia aveva legato indistricabilmente e che insieme sono finite, anche se sono ancora tanti i dubbi sulla morte di Rituzza che la sorella sta cercando di chiarire.