La Strage di via Caravaggio, la storia di una famiglia massacrata e di un assassino senza volto

Una famiglia viene ritrovata senza vita in un appartamento nel quartiere Fuorigrotta. Un massacro, senza colpevole, passato alla storia come la “Strage di via Caravaggio”

31 ottobre 1975. È notte, il quartiere Fuorigrotta di Napoli è avvolto dal silenzio, ma al civico numero 78 di via Michelangelo da Caravaggio, dove abita la famiglia Santangelo, si è appena consumata una strage. Domenico ex capitano di lungo corso, la sua seconda moglie Gemma Cenname, conosciuta attraverso gli annunci di un quotidiano e la figlia di primo letto Angela, sono stati uccisi con un coltello da cucina. Stessa sorte è toccata al cane, uno Yorkshire terrier di nome Dick, soffocato con una coperta. La morte era arriva all’ora di cena e non avrà colpevoli.

Una sera come tutte le altre, l’ultima, si trasforma in una tragedia scoperta solo qualche giorno dopo, l’8 novembre, quando la Polizia ha bussato alla porta dell’appartamento in quella tranquilla strada residenziale su richiesta dei parenti. Era preoccupato Domenico Zanelli, finito in cima alla lista dei sospettati, che da giorni non aveva più notizie della zia. Anche Nicola, il fidanzato di Angela, il ragazzo a cui la 19enne aveva scritto una lettera d’amore, era agitato per quel telefono che squillava sempre a vuoto.

La strage

Quando sono stati scoperti i corpi, la scena che si è aperta davanti agli occhi di soccorritori e uomini in divisa stata terribile: una famiglia per bene, della borghesia napoletana, era stata uccisa, come se fosse stato seguito un copione. Tutti erano stati colpiti con un oggetto, mai ritrovato (c’è chi parla di una statuetta scomparsa dallo studio, una fortuna bendata), “finiti” con il coltello da cucina e gettati nella vasca da bagno con il cagnolino a cui erano affezionati. Angela era stata “adagiata” sul letto e coperta con un tappeto. Una mattanza consumata senza che nessuno abbia visto o sentito nulla.

Il principale sospettato

L’assassino aveva lasciato la sua firma. Nell’appartamento, gli uomini in divisa avevano trovato diverse impronte. C’erano i segni dei passi lasciati sul pavimento ricoperto di sangue da una scarpa, probabilmente numero 41-42. C’erano anche delle “stampe” su una bottiglia di whisky e una di brandy, poggiate su un mobile-radio dello studio di Domenico, ma all’epoca era difficile, se non impossibile, riuscire a dare a quelle tracce un nome….e un volto. Una cosa sembrava certa: non erano compatibili con quelle del sospettato numero uno, Domenico Zarrelli, nipote di Gemma, finito sotto i riflettori per una testimonianza. Un sarto che abitava in via Caravaggio, tale Laudicino, aveva raccontato di averlo notato al volante dell’auto di Santangelo, mentre si allontanava da via Caravaggio.

Una testimonianza, per dovere di cronaca, piena di contraddizioni e incertezze, come il dettaglio, non poco trascurabile, che la Lancia Fulvia color amaranto scomparsa dal garage, fu ritrovata con la batteria scarica al porto di Napoli, lì dove abitava un amico dell’ex capitano di marina. Intonsa, senza alcuna traccia di sangue al suo interno. E poi l’assassino è uscito dall’appartamento alle prime luci dell’alba, alle 5.00 come dimostrarono gli orologi rimasti bloccati quando, andando via, aveva staccato il contatore.

Ma contro Zarrelli c’erano anche le ferite, compatibili con i morsi di un cagnolino. «Mi sono fatto male mentre spingevo la macchina in panne», dirà per giustificarsi. C’era anche una querela per maltrattamenti della signora Cenname contro il nipote Mimmo, scritta nel lontano ’67 e rimasta chiusa nel cassetto della sua scrivania.

Domenico incarna bene la parte che gli si vuole cucire addosso, ma gli indizi sono solo appigli.

Il movente

Trentatreenne, studente fuoricorso alla facoltà di giurisprudenza, Zarrelli amava la bella vita, le donne e il lusso. Si diceva che avesse un tenore di viva ben superiore alle sue possibilità, che la pensione del padre Mario non bastata a soddisfare tutti i suoi sfizi e desideri e che per questo bussava spesso alla porta della zia a cui chiedeva soldi. Lo avrebbe fatto anche quella sera, in cerca di un prestito da Angela che, in passato, lo aveva aiutato.

Il processo diventato un caso

Condannato all’ergastolo in primo grado, Domenico, diventato avvocato dietro le sbarre, fu assolto in appello per insufficienza di prove. Una “formula dubitativa” che di punti poco chiari ne aveva lasciati tanti. Dopo l’annullamento della sentenza da parte della corte di cassazione, fu nuovamente assolto, con formula piena “perché il fatto non sussiste”. Verdetto confermato, ancora una volta,  il 18 marzo 1985, quando è stata scritta la parola fine.  Dopo anni di battaglie legali, che sono valse all’uomo un risarcimento per danni morali e materiali di quasi un milione e mezzo di euro, Zarrelli è un uomo libero.

Tutte le piste che avevano svelato i segreti di una famiglia apparentemente serena, si erano concluse con un nulla di fatto La giustizia non era riuscita a trovare un colpevole per quel massacro che aveva terrorizzato e appassionato l’Italia con quel processo capace di far impennare le vendite dei quotidiani e dividere l’opinione pubblica.

La lettera anonima e il colpo di scena.

Chi aveva ucciso la famiglia Santangelo? Probabilmente qualcuno che frequentava quella casa visto che, secondo la ricostruzione di quella notte, Domenico ha aperto la porta al suo assassino e lo ha fatto accomodare nello studio. Qualcuno di familiare, vista l’ora della visita, fissata dopo le 22.30, e di corpulento abbastanza da caricare i corpi senza vita.

Una lettera anonima, anzi firmata da un certo Blue Angel, spinge la Procura di Napoli a riaprire il caso. Tra i reperti ritrovati negli archivi ci sono un bicchiere usato, alcuni mozziconi di sigaretta, e un asciugamano macchiato di sangue. La Polizia Scientifica trova tracce di DNA estranei, incompatibili con i profili delle vittime. Quello sui mozziconi di sigaretta e su un pezzo di un tessuto di uno strofinaccio è compatibile con il profilo genetico di Zarrelli. Una conferma della sua presenza in quella casa dell’orrore, una casa che ‘da nipote’ frequentava. In base al principio del “ne bis in idem”, l’uomo non poteva comunque incorrere in un nuovo procedimento penale.



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