Oggi il caffè è più amaro del solito, i clacson hanno un tono nervoso e persino il vento sembra sussurrare: “Ma quanti punti ci servono?”. Perché l’US Lecce non si gioca semplicemente una partita. Si gioca la permanenza in Serie A, che nel Salento è una faccenda più delicata dell’olio nuovo e più sacra della teglia della domenica.
In queste ore il tifoso leccese vive in uno stato psicologico particolare, riconosciuto ormai anche dalla scienza: il “multitasking da salvezza”.
Guarda la partita. Aggiorna la classifica. Controlla i risultati delle altre. Fa calcoli degni della NASA, rigorosamente al bar in attesa della partita. E poi c’è quella fede irrazionale che solo il calcio, quella cosa meravigliosa e sadica che ci costringe a consumare il fegato da agosto a maggio, sa creare. Perché il tifoso del Lecce, dopo mesi di sofferenza, gol presi al primo o all’ultimo minuti, pali, traverse e bestemmie soffocate in dialetto, continua comunque a dire: “Secondo me ci salviamo” con l’aiuto di Sant’Oronzo, ufficialmente convocato in panchina e il pasticciotto della speranza, da consumare rigorosamente caldo prima del fischio d’inizio per addolcire l’ansia. E se non bastasse c’è la gufata che, in questi casi, diventa un’arte nobile. Si gufa con classe, con dedizione, inviando flussi di energia negativa verso gli attaccanti avversari delle dirette concorrenti che manco i maghi di YouTube.
L’inferno della Serie B (No, grazie)
La Serie A, per una città come Lecce, non è solo una categoria. Sempre di inferno si tratta, ma se rimani in Serie A hai la certezza di rimanere in un Inferno confortevole, dove se devi morire, almeno lo fai contro l’Inter a San Siro o la Juve. Il Lecce, oggi, deve prendersi quello che è suo sul campo, senza guardare in faccia a nessuno. E deve regalare ai tifosi la possibilità di vedere le grandi squadre al Via del Mare, di sentirsi dentro il calcio che conta, di poter dire con orgoglio: “Eh sì, pure quest’anno ce la giochiamo ancora.” E allora oggi il Salento si stringe attorno ai giallorossi. Con la tensione di una finale mondiale e la scaramanzia di chi non cambia posto sul divano dal 2022.
Ci sarà chi guarderà la partita in silenzio religioso. Chi urlerà contro l’arbitro dal primo minuto. Chi prometterà di non soffrire più per il calcio… salvo poi essere di nuovo lì, la prossdima stagione.
Perché essere del Lecce non è una scelta comoda. È un atto di fede, sudore e tachicardia.
E comunque vada, una cosa è certa: oggi in Salento si gioca molto più di una partita. Si gioca l’umore collettivo di un’intera estate. E, mal che vada, c’è sempre il vino negroamaro per dimenticare.





